Il diavolo veste Prada 2, guerra tra stylist e grandi firme per un posto in passerella
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Molto è cambiato, da quel lontano 2006 in cui Andy Sachs faceva il suo ingresso timorato nella redazione di Runway, eppure c’è una gerarchia che il tempo non scalfisce: quella che vede stilisti e maison pronti a tutto pur di ottenere la benedizione – o anche solo uno sguardo fugace – di Miranda Priestly. Con l’arrivo nelle sale de Il diavolo veste Prada 2, la macchina del cinema e della moda si è rimessa in moto, e l’Italia si trova al centro del vortice. Se il primo capitolo limitava la geografia del lusso a New York e Parigi, il sequel amplia il proprio orizzonte approdando nel capoluogo lombardo, dove le milieu eleganti e le architetture storiche fanno da sfondo a una storia che, a giudicare dalla frenesia che la circonda, promette di essere iconica quanto la sua predecessora. Tra le novità più clamorose, rivelate dalla costumista Molly Rogers, c’è la guerra dichiarata che i brand di moda si sarebbero fatti, letteralmente, pur di comparire nel film con i loro abiti e accessori; un’eccesso di offerta che, paradossalmente, ha trasformato la selezione del guardaroba in un’impresa titanica, costringendo la Rogers a scartare molti capi nonostante fossero perfetti.
Milano, set a cielo aperto tra ville storiche e la nuova via della moda
La scenografia del secondo capitolo si veste dunque d’italianità, e lo fa senza timidezze. Milano diventa un set diffuso: non solo le vie del centro e gli eleganti palazzi, ma anche luoghi carichi di storia come Villa Arconati, eletta a dimora per alcune delle sequenze più attese. Questa residenza seicentesca, situata alle porte della metropoli, ha già assaggiato il glamour internazionale ospitando eventi di alta gioielleria e le star del calibro di Anne Hathaway e Dua Lipa, e ora passa alla cronaca cinematografica come location chiave del sequel. L’attenzione per la città non si ferma ai set privati: la Rinascente di piazza Duomo è stata letteralmente tinteggiata di rosso per l’occasione, trasformando le sue vetrine e i suoi spazi interni in una propaggine della redazione di Runway durante il FuoriSalone, un’invasione elegante che ha anticipato il clima di attesa per la première.
Dietro le quinte della passerella, il caos creativo di Molly Rogers
A gestire questo tripudio di stoffe e creatività, come detto, c’è Molly Rogers. Già partner creativa della leggendaria Patricia Field – la mente dietro il guardaroba del film originale e di Sex and the City – la costumista si è trovata a dover navigare in un mare di opportunità talmente vasto da diventare quasi un intralcio. Per lei, che ha ereditato il testimone da Field, la sfida era duplice: rispettare il Dna potentissimo del primo film, dove ogni capo raccontava una storia di potere o di sottomissione, e allo stesso tempo portare un’aria fresca, lontana dalle mode usa-e-getta. Come ha raccontato nelle interviste, la sua natura tende al bizzarro – lei stessa scherza sulla sua propensione a infilare borsette a forma di piccione nei guardaroba – ma per questo progetto ha dovuto fare i conti con la responsabilità di creare look senza tempo, capaci di essere ancora attuali tra vent’anni. Un compito non semplice, si spiega, se si considera che case di moda che nel 2006 erano riluttanti a prestare i loro capi ora facevano a gara per apparire, costringendola a rinunciare a pezzi perfetti ma, a suo giudizio, troppo legati al trend del momento.
Armadi da battaglia: da Andy a Miranda, la rivoluzione silenziosa dei dettagli
L’evoluzione dei personaggi si legge, inevitabilmente, nelle scelte sartoriali. Andy Sachs, che nel finale del primo film sceglieva la sostanza etica della professione giornalistica rispetto ai frivoli vezzi della moda, torna con un guardaroba maturo. I look di Anne Hathaway, circa quarantasette cambi d’abito, mescolano il rigore sartoriale maschile a elementi vintage: gilet, blazer morbidi e pantaloni a vita alta raccontano di una donna che ha viaggiato, che ha imparato e che, pur essendo uscita dal tunnel di Runway, non ne ha rinnegato gli insegnamenti. Al contrario, i capi firmati – da Chanel a Dolce & Gabbana – sono presenti, ma stemperati da accessori di mercatini vintage o da borse a tracolla di Coach che diventano il filo conduttore delle sue avventure. Diversa, e forse più sorprendente, è la strategia adottata per Miranda Priestly. Meryl Streep, che ha collaborato attivamente con Rogers, ha voluto un’uniforme potente ma meno urlata. Tra i retroscena più curiosi, la scoperta di un paio di orecchini a cerchio d’argento comprati in una comune farmacia americana (catena CVS) che sono finiti sul set perché, nelle parole della costumista, avevano la misura perfetta per non competere con la celebre parrucca bianca della Priestly. Un dettaglio quasi banale, che umanizza l’immagine algida della direttrice, e che si scontra con la scelta di capi su misura come l’abito da ballo rosso firmato Balenciaga o l’omaggio a Giorgio Armani, a dimostrazione che, anche per un diavolo, il diavolo sta nei dettagli.




