Pensioni, il divario di genere si fa sentire: assegni più bassi per le donne e stretta sulle uscite

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La fotografia scattata dal Rendiconto Sociale 2025 dell'Inps, presentato a Roma, restituisce un sistema previdenziale in cui il divario di genere si conferma una delle caratteristiche più evidenti e preoccupanti. Le donne, in media, percepiscono pensioni significativamente più basse rispetto agli uomini: per i nuovi assegni liquidati nel corso del 2025, l'importo medio per le lavoratrici è stato di 1.056 euro, con una differenza del 26,5% in meno rispetto ai 1.437 euro degli uomini, una disparità che sale addirittura al 45% se si analizzano nello specifico le pensioni di vecchiaia.

Un dato che, al netto delle diverse tipologie di trattamento, racconta di carriere lavorative femminili spesso più discontinue, retribuzioni mediamente inferiori e un tasso di occupazione storicamente più basso, fattori che si ripercuotono inevitabilmente sull'importo dell'assegno previdenziale.

Le nuove pensioni: numeri in calo e assegni più leggeri

Il 2025 ha segnato una netta inversione di tendenza per quanto riguarda il numero di nuove pensioni liquidate, un effetto diretto delle misure restrittive introdotte negli ultimi anni che hanno di fatto ridotto le finestre di uscita dal mondo del lavoro. Le pensioni previdenziali complessivamente erogate sono state 834.658, circa 27 mila in meno rispetto al 2024 e addirittura 35 mila in meno rispetto al 2022, quando il sistema pensionistico era caratterizzato da regole meno stringenti.

A fronte di questa contrazione, si registra anche un preoccupante abbassamento del valore medio degli assegni corrisposti ai neo-pensionati, un fenomeno che rivela come, a parità di condizione, chi va in pensione oggi riceva un trattamento economico inferiore rispetto a chi lo aveva fatto in passato. Un caso emblematico è quello dei lavoratori dipendenti del settore privato: un nuovo pensionato ha ricevuto in media 1.289,5 euro mensili, ben 248 euro in meno rispetto alla media delle pensioni già in pagamento nella stessa gestione.

Per i dipendenti pubblici la differenza è più contenuta, attestandosi sui 76 euro in meno, mentre per i lavoratori autonomi il nuovo assegno medio è di 961,2 euro contro una media delle vigenti di 1.078 euro.

Opzione Donna e Ape sociale: i numeri dell'anticipo pensionistico

Il quadro che emerge dal rendiconto dell'Istituto offre anche un focus sulle misure che consentono di anticipare l'uscita dal lavoro, strumenti che hanno subìto un progressivo ridimensionamento. Il dato più eclatante riguarda Opzione Donna, il canale dedicato alle lavoratrici che consente di ritirarsi prima a fronte di un calcolo interamente contributivo dell'assegno, che ha visto crollare il numero delle beneficiarie: si è passati dalle 26.427 del 2022 alle sole 3.

860 del 2025, un calo drastico che testimonia l'impatto delle restrizioni sui requisiti di accesso e la progressiva contrazione della platea. L'iter per la proroga della misura è stato al centro di un acceso dibattito politico, con un emendamento alla Legge di Bilancio 2026 che mirava a spostare al 31 dicembre 2025 il termine per la maturazione dei requisiti, ma che è stato poi respinto per assenza di coperture finanziarie, lasciando quindi in vigore i criteri più severi della Legge di Bilancio 2025.

In controtendenza, invece, l'andamento dell'Ape sociale, il trattamento di accompagnamento alla pensione riservato a disoccupati, invalidi, caregiver e lavoratori che svolgono mansioni gravose, che ha invece registrato un incremento nelle richieste e nelle erogazioni, segno di come, in un contesto di generale inasprimento, questo strumento rappresenti per alcune categorie un'ancora di salvezza.

L'età pensionabile sale: le donne più penalizzate

Un'ulteriore conferma della stretta previdenziale arriva dall'analisi dell'età media di pensionamento che, nel quadriennio 2022-2025, è aumentata per entrambi i generi, allungando di fatto la vita lavorativa degli italiani. Se per gli uomini l'età media è passata da 63,7 a 64,1 anni, l'incremento più significativo ha riguardato le donne, che hanno visto la loro età di uscita salire da 64,4 a 65,4 anni, con un aumento di un anno esatto che riflette l'armonizzazione dei requisiti e la progressiva riduzione dei canali di uscita anticipata dedicati.

Questo innalzamento, come noto, non è legato esclusivamente all'adeguamento automatico alla speranza di vita, che scatterà solo in futuro con incrementi più contenuti, ma è il risultato di scelte di politica economica che hanno ristretto le maglie del sistema.

Se il calo del numero di pensioni e l'aumento dell'età di uscita rappresentano l'evidenza più immediata delle nuove regole, il divario di genere negli importi resta il nodo strutturale più difficile da sciogliere, un problema che affonda le radici nelle disparità del mercato del lavoro e che rischia di perpetuare, e in alcuni casi acuire, le disuguaglianze economiche tra uomini e donne anche nella fase della vita successiva al lavoro.

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