Trump e i dazi, l'Ue naviga meglio dei concorrenti e l'inflazione Usa non morde
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Redazione Interno
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Se qualcuno ha passato l’estate su un’isola deserta, al riparo dalle notizie, si è risparmiato lo psicodramma collettivo sulla presunta apocalisse economica che avrebbero scatenato i dazi di Trump. Al rientro da quelle fortunate vacanze, può osservare la realtà con uno sguardo più pacato e lucido, constatando come l’Unione Europea, in questo frangente, se l’sia cavata decisamente meglio di altri concorrenti commerciali e come, soprattutto, non si sia materializzato quell’allarme inflazione che molti avevano pronosticato Oltreoceano.
Dalla Germania, cuore industriale del continente, arrivano voci di sollievo, seppur caute. I costruttori automobilistici tedeschi hanno definito l’accordo raggiunto a fine luglio tra Bruxelles e Washington un “segnale positivo”, un primo passo fondamentale verso la riduzione di oneri che ammontavano a miliardi. Sebbene le nuove aliquote, fissate al 15%, siano significativamente più elevate del preesistente 2,5%, la certezza di un quadro normativo condiviso è stata accolta con favore, scongiurando il temuto scenario di una guerra commerciale senza regole.
Non per tutti, tuttavia, il nuovo regime tariffario si è rivelato vantaggioso. I viticoltori italiani, ad esempio, reagiscono con amarezza all’esclusione dei loro prodotti dalla lista di quelli che beneficeranno dell’aliquota agevolata. Per i vini e gli alcolici made in Italy, così come per quelli francesi, il rischio concreto è di raggiungere costi proibitivi per il consumatore americano, mettendo a repentaglio un export che, come sottolinea Giacomo Ponti di Federvini, per alcune categorie vale 2,5 miliardi di euro ed è in costante crescita.




