L’operazione sorpasso di Conte tra pragmatismo vincente e il richiamo della panchina azzurra
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Redazione Sport
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Nel teatrino tattico dello stadio Maradona, dove spesso le parole pesano più dei fatti, Antonio Conte ha riscritto il copione a modo suo: con una vittoria sporca, sofferta ma profondamente identitaria. Quella rifilata al Milan, un magro 1-0 che sa di macigno, non è stata semplicemente una gara di calcio vinta; è stata l’ennesima “vittoria di Conte”, come l’ha definita il giornalista Carlo Alvino. L’ha spiegata lui stesso, Alvino, in un video pubblicato sui social, sottolineando un dato che pare quasi surreale nel calcio moderno: vincere senza subire un solo tiro nello specchio della propria porta. È questa la quintessenza del metodo dell’allenatore leccese, quello che – secondo l’opinione del cronista – mentre altri si perdono in chiacchiere da bar (o “cianciano”, per usare il verbo colorito utilizzato), porta a casa il risultato e l’aggancio al secondo posto in classifica, scavalcando proprio i rossoneri.
La mossa decisiva di Politano in una gara bloccata
A spezzare l’equilibrio di una partita avara di emozioni, tatticamente bloccata e giocata sul filo del rinvio, ci ha pensato un guizzo – quasi un’apparizione – di Matteo Politano. Entrato dalla panchina a poco più di dieci minuti dalla fine, l’esterno ha capitalizzato un errore banale in uscita di Fofana e una respinta di testa mal calibrata di De Winter. Inseritosi perfettamente nel cuore della difesa milanista, Politano ha trafitto Maignan, regalando tre punti che valgono il sorpasso e la posizione di primo inseguitore dell’Inter, distante ora sette lunghezze. Una rete, quella del subentrato, che conferma la capacità di Conte di leggere lo sviluppo della gara; lo stesso tecnico, nel dopopartita, ha rivelato di aver predetto a Politano che sarebbe stato decisivo proprio nella fase di stanchezza degli avversari.
La gestione dell’emergenza e la dedica ai “soldati”
Nel commentare la prestazione, Antonio Conte ha voluto spostare subito i riflettori lontano dai nomi altisonanti. Con la rosa decimata da infortuni – assenze pesanti come quelle di Di Lorenzo, Rrahmani e l’imprevisto influenzale che ha fermato Hojlund – l’allenatore ha dovuto reinventare la squadra. “Se siamo al secondo posto, bisogna dirlo grazie ai ragazzi che hanno sopperito alle tantissime assenze”, ha dichiarato il tecnico, elogiando chi ha remato controcorrente nei mesi bui. L’esordio dal primo minuto di Giovane, arrivato a gennaio, ne è stata la prova più lampante. Lui, Conte, ha parlato di “straordinario” per descrivere la tenuta psicologica di un gruppo che, in una “situazione sportiva tragica” (per usare le sue stesse parole), non ha mai perso la rotta.
Conte e l’apertura alla panchina della Nazionale
Se il presente è saldamente ancorato al secondo posto e alla difesa dello scudetto vinto l’anno prima (un’impresa che i tifosi “veri”, come li chiama Alvino, rivendicano con orgoglio), il futuro apre uno spiraglio suggestivo. Nel vortice della conferenza stampa post-partita, a Conte è stato chiesto delle voci che lo vorrebbero sulla panchina della Nazionale, reduce dall’ennesima delusione mondiale. La risposta è stata una lezione di comunicazione a metà tra la candidatura esplicita e il pragma istituzionale. “Se fossi il presidente della FIGC, mi prenderei in considerazione”, ha affermato l’allenatore, precisando che è giusto che il suo nome sia nel novero dei candidati.
Ha poi ricordato, con una punta di ironia, che l’anno scorso si parlava di un suo possibile ritorno alla Juventus, per ribadire la volatilità delle chiacchiere di mercato. Conoscendo l’ambiente azzurro per averlo già frequentato da ct per due anni, Conte non ha nascosto il fascino di rappresentare il Paese, ma ha subito messo paletti chiari: esiste un contratto con il Napoli (un altro anno) e un incontro con il presidente De Laurentiis fissato a fine stagione. “Non voglio sottolineare la mia situazione”, ha tagliato corto, ribadendo che la concentrazione resta sul presente e sulla qualificazione alla Champions, un obiettivo che a Napoli – a differenza di Milan e Juventus – sembra quasi dovuto, nonostante le difficoltà oggettive.




