Elia Del Grande, la fuga lampo e il "passaggio" sospetto da Alba a Cadrezzate

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono bastate poche ore a Elia Del Grande, il cinquantenne autore della cosiddetta “strage dei fornai” del 1998, per bruciarsi quella che forse era l’ultima occasione di credibilità. Uscito con un permesso dalla casa di lavoro di Alba, nel Cuneese, il giorno di Pasqua, il suo rientro non è mai avvenuto: un silenzio durato settantadue ore, rotto solo dall’arresto avvenuto a Varano Borghi, in provincia di Varese, al termine di un tentativo di fuga che ha coinvolto anche un militare rimasto lievemente ferito. La narrazione di questo ennesimo allontanamento – il secondo in pochi mesi dopo quello dello scorso ottobre da una struttura del modenese – si intreccia ora con un’indagine della Procura di Alba su eventuali favoreggiamenti, a partire dalla donna che, probabilmente in modo inconsapevole, gli avrebbe offerto un passaggio in auto fino a Cadrezzate. Un’amica di Angera, con cui pare avesse una frequentazione intima non di vecchia data, è finita al centro dei primi accertamenti degli inquirenti, anche se al momento non risultano ipotesi di compartecipazione dolosa nella sua condotta.

La dinamica dell’arresto e le nuove accuse

L’epilogo di questa breve latitanza si è consumato lungo la provinciale 18, quando i carabinieri della Compagnia di Gallarate hanno intercettato una Fiat 500 risultata rubata poche ore prima nel parcheggio del cimitero di Lentate, frazione di Sesto Calende. Per impossessarsi di quel mezzo, stando alla ricostruzione dei fatti, Del Grande avrebbe aggredito la proprietaria – una donna di 69 anni che stava pulendo la tomba del marito – mandandola all’ospedale con un trauma cranico e suscitando la rabbia dei parenti, i quali hanno duramente contestato la concessione dei benefici al 50enne. Alla vista delle pattuglie, il fuggitivo non si è fermato: ha tentato una manovra improvvisa infilando l’auto in una strada privata, per poi cercare nuovamente di darsi alla fuga azionando la vettura mentre un militare era accanto al finestrino. Ne è scaturito un intervento concitato, conclusosi con la neutralizzazione dell’uomo e la sua traduzione in carcere in attesa delle contestazioni per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali e, quasi certamente, rapina aggravata.

La misura di sicurezza e la “trappola” di Cadrezzate

Nonostante la pericolosità sociale ancora ritenuta attuale dal tribunale di sorveglianza di Torino – che aveva da poco prorogato di un anno la misura restrittiva, imponendogli di trascorrere un periodo complessivo di diciotto mesi in comunità – Del Grande ha ripetuto lo schema già visto in autunno. Anche in questa occasione, infatti, il richiamo del paese d’origine si è rivelato più forte delle prescrizioni. Il sindaco di Cadrezzate, commentando l’accaduto, ha usato la metafora del calciatore che sbaglia sempre il rigore nello stesso angolo, lasciando intendere come l’area del Varesotto fosse il primo luogo da controllare. E difatti, mentre le forze dell’ordine setacciavano il territorio con un controllo capillare, lui era lì, a pochi chilometri da quella casa dove nel 1998 uccise a fucilate il padre, la madre e il fratello maggiore. Una sorta di traiettoria obbligata, che ha reso vana ogni speranza di nascondersi a lungo.

La giornata in mensa e il tradimento della fiducia

Particolarmente toccante è la testimonianza di chi, ad Alba, aveva creduto in un recupero possibile. Don Domenico De Giorgis, direttore della Caritas diocesana dove Del Grande avrebbe dovuto svolgere volontariato, ha raccontato come quella domenica di Pasqua fosse iniziata nel segno della normalità: l’uomo serviva al tavolo tra gli altri settantasette ospiti, mostrandosi partecipe. Poi, nel pomeriggio, l’arrivo di una donna con una bambina che chiedeva di lui, l’autorizzazione a uscire dall’area, e infine il messaggio rassicurante: “Ciao Domenico, stai tranquillo, torno alle 19”. Un messaggio che, come ha spiegato il sacerdote, ha preceduto la consapevolezza di essere stato raggirato. “Ha buttato via tutto per niente”, ha commentato don De Giorgis, esprimendo un dolore che non era tanto per il gesto in sé, quanto per l’occasione di riscatto che Del Grande ha distrutto con le sue stesse mani.

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