Elia Del Grande, la fuga terminata e il «tradimento» che brucia più della rapina
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Redazione Interno
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Don Domenico De Giorgis, direttore della Caritas diocesana di Alba, non alza la voce. Il suo tono, anzi, resta dolce, quasi sommesso, mentre prova a raccontare il disorientamento di chi si è sentito prendere in giro. «Il problema – spiega – non è quello che ha fatto a me, ma quello che ha fatto a se stesso». Il riferimento è a Elia Del Grande, il cinquantunenne che il giorno di Pasqua aveva trascorso qualche ora a servire i poveri nella mensa, e che il mercoledì successivo è stato arrestato dopo una fuga di appena settantadue ore. Quel giorno di festa, Del Grande aveva ricevuto un permesso per uscire dalla casa-lavoro di Alba; don Domenico gli aveva accordato fiducia, credendo a quelle parole di riscatto che sembravano così autentiche. Invece, quella stessa sera, il fuggitivo ha mandato un messaggio tranquillizzante («Ciao Domenico, stai tranquillo, torno alle 19») per poi rendersi irreperibile, lasciando il sacerdote con l’amaro in bocca e la consapevolezza di essere stato raggirato.
La fuga, comunque, non poteva durare a lungo. Per muoversi, Del Grande ha dovuto prima procurarsi un’auto, e l’ha fatto nel modo più violento possibile. Mercoledì mattina, verso le undici, una donna di 69 anni stava sistemando la tomba di famiglia nel cimitero di Lentate, una frazione di Sesto Calende che si perde tra i boschi del Verbano. È lì che l’uomo l’ha aggredita, procurandole traumi alla testa, e le ha rubato la sua Fiat 500 bianca. La chiamata al 112, con quella richiesta d’aiuto («Sono staa rapinata»), ha subito messo in moto le pattuglie. La vittima, trasportata in codice giallo all’ospedale di Cittiglio, rappresenta l’ennesima conseguenza di una libertà mal gestita.
Un tentativo di fuga finito contro un muro (e contro un militare)
I carabinieri della Compagnia di Gallarate, insieme alle stazioni di Sesto Calende e Ternate, conoscevano bene le abitudini di Del Grande. Dopo averlo intercettato grazie ad alcune telecamere nei dintorni della stazione, lo hanno bloccato a Varano Borghi, lungo la strada provinciale. L’uomo, alla guida dell’utilitaria appena rubata, ha cercato di divincolarsi: ha infilato un vialetto privato, forse sperando in uno slancio disperato, ma la via era sbarrata. Quando un militare ha provato a strappargli le chiavi dal quadro, Del Grande ha accelerato, tentando di investirlo. Il carabiniere è rimasto lievemente ferito, un gesto insensato che ha trasformato l’ipotesi di una semplice evasione in una sequenza di reati ben più gravi: resistenza a pubblico ufficiale, lesioni aggravate e rapina. Alla fine, lo hanno prelevato dall’auto di peso, tra la sorpresa dei residenti del paesino sul lago di Comabbio, e portato in carcere a Varese.
Un passato di ergastoli e un presente di semilibertà tradita
Quella di mercoledì è stata una cattura che riporta indietro le lancette di un quarto di secolo. Del Grande, che compirà cinquantun anni in autunno, era già stato condannato all’ergastolo per la cosiddetta “strage dei fornai”: nel gennaio del 1998, a Cadrezzate, uccise a fucilate il padre, la madre e il fratello, perché si opponevano al suo matrimonio. Ha scontato più di ventisei anni di reclusione, prima di ottenere un regime di semilibertà e poi un posto in una casa-lavoro. L’ultima, quella di Alba, dove aveva iniziato un percorso di volontariato, sembrava l’occasione giusta per ripartire. Invece, lo scorso ottobre si era già allontanato da una struttura nel modenese, facendo perdere le proprie tracce per oltre un mese prima di essere riacciuffato. Stavolta, la fuga è durata meno di tre giorni, ma ha lasciato sul campo una donna in ospedale e un militare ferito. Il sindaco di Cadrezzate, commentando l’accaduto, ha usato una metafora amara: Del Grande è come un giocatore che sbaglia sempre lo stesso rigore, tirandolo nello stesso angolo, e il portiere lo para ogni volta.
Le parole del direttore della Caritas: «Tradendo la mia fiducia si è fatto solo del male»
Don Domenico, dal canto suo, non riesce a nascondere la delusione. «Mi sembrava davvero una persona autentica», confessa, ricordando quei mesi in cui Del Grande parlava bene degli agenti, delle educatrici, e manifestava il desiderio di denunciare le falle di un sistema che, a suo dire, fallisce la rieducazione. Il sacerdote sperava che il volontariato potesse essere un trampolino, invece è stato solo un punto di partenza per la fuga. «Ha buttato via tutto per niente», sospira, quasi parlando a se stesso. Ora Del Grande è tornato in cella, e le accuse si sono moltiplicate. La procura di Varese, competente per i fatti più recenti, valuta gli sviluppi del caso, mentre ad Alba si cerca di capire se qualcuno abbia aiutato l’uomo a dileguarsi. Di certo, c’è che quella Cinquecento bianca è stata il simbolo di una libertà durata lo spazio di un’illusione, e che il “tradimento” di cui parla il prete pesa più di qualsiasi referto medico.




