Elia Del Grande, la fuga e l'ombra di una donna
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Redazione Interno
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La comprensibile indignazione pubblica per la fuga di Elia Del, avvenuta dopo ventisei anni di carcere, e per il recente accoltellamento di piazza Gae Aulenti a Milano, rischia di oscurare una riflessione più profonda sul compito della giustizia, la quale, al di là della necessaria e irrinunciabile custodia, non dovrebbe mai abdicare al suo ruolo rieducativo e alla complessa valutazione sulla possibilità di un cambiamento umano. Quel giovane, che nel 1998, all'età di ventidue anni, sterminò la propria famiglia a Cadrezzate compiendo un delitto atroce – il padre, la madre e il fratello, in quella che fu ricordata come la strage dei fornai –, aveva visto la sua condanna all'ergastolo ridotta a trent'anni per un vizio parziale di mente, legato, pare, all'assunzione di stupefacenti e a incomprensioni familiari nate da una storia d'amore. La sua pena, apparentemente espiata dopo un periodo così lungo, si scontra oggi con la rinnovata percezione della sua pericolosità sociale, dimostrata dalla decisione di darsi alla latitanza.
Il legame con Rossella Piras
In questa intricata vicenda, che dal Varesotto arriva fino in Sardegna, emerge con forza la figura di Rossella Piras, una donna di cinquantasette anni originaria di Olbia la quale, secondo quanto riportato, non ha mai abbandonato Elia Del. La loro storia, di cui si conosce ben poco al di fuori di alcuni elementi essenziali, sembra aver superato persino le mura del carcere: fu proprio lei, infatti, ad aiutarlo nella precedente evasione dall'istituto di Pavia nel 2015, un episodio che ne segnò il profilo di complice determinata. La Piras, che da giovane studiò all'Ipia di Olbia, lo andò a trovare a Cagliari, lo ospitò in Gallura e infine lo ha seguito anche nel suo ritorno a Cadrezzate, tessendo con costanza quell'ordito di un legame che appare indissolubile nonostante il peso schiacciante dei fatti passati.
Una presenza costante
La donna, che alcuni descrivono come una sorta di "dama nera" in queste storie maledette, è riemersa alla cronaca in seguito alla nuova fuga dall'istituto di Castelfranco Emilia, pubblicando addirittura alcuni scatti sui social network, gesto che ha attirato l'attenzione degli investigatori e della stampa. Il suo ruolo, che va ben al di là della semplice compagnia affettiva, si dipana attraverso anni di presenza costante, una vicinanza che ha incluso supporto logistico e forse anche ideologico, come dimostra il coinvolgimento attivo nella precedente evasione. Di lei, come spesso accade in simili casi, si sa molto poco; la sua figura rimane volutamente nell'ombra, un'ombra che però si allunga su ogni spostamento e su ogni decisione dell'uomo.
Le indagini e il percorso giudiziario
La macchina delle indagini, ora, è ovviamente concentrata sul ritrovamento del fuggitivo, un uomo che, nonostante abbia scontato la maggior parte della sua pena, dimostra di non aver ancora fatto i conti fino in fondo con la società e con le sue regole. Il percorso giudiziario di Elia Del, segnato in origine dalla riduzione di pena per le sue condizioni mentali, deve oggi fare i conti con una recidiva comportamentale che pone interrogativi stringenti non solo sull'efficacia del sistema penitenziario ma anche sulla capacità di valutare il reale livello di pericolosità di un detenuto prima di concedere benefici. La storia, con i suoi delitti intollerabili e le sue fughe, sembra riproporsi con un'amara ciclicità, lasciando sullo sfondo le vittime originarie e le loro ferite mai rimarginate.




