Elia Del Grande, la fuga e l’aggressione alla 69enne: «Non doveva essere libero»
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Redazione Interno
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La vicenda giudiziaria di Elia Del Grande, il cinquantenne già condannato per il triplice omicidio della propria famiglia avvenuto il 7 gennaio 1998 a Cadrezzate, si è arricchita di un nuovo, violento capitolo durante le ore della sua ennesima fuga. L’uomo, evaso dalla casa-lavoro di Alba, in provincia di Cuneo, lo scorso giorno di Pasqua, non si è limitato a sottrarsi alla detenzione: ha rubato un’automobile a una donna di 69 anni, residente a Sesto Calende, ferendola alla testa con un’aggressione che i familiari della vittima non esitano a definire «incredibilmente feroce». La Procura della Repubblica di Varese, che coordina le indagini dei carabinieri, ha già chiesto al giudice per le indagini preliminari la convalida del fermo, con l’interrogatorio fissato per domani. L’ipotesi di reato, al momento, è di rapina aggravata e lesioni personali aggravate, dopo che l’uomo è stato rintracciato nel pomeriggio di ieri a Varano Borghi alla guida di una Fiat 500 risultata poi rubata proprio alla settantenne.
L’aggressione al cimitero e le condizioni della vittima
Stando a quanto ricostruito, la donna si trovava a pulire la tomba del marito quando Del Grande le si è avvicinato. Lei, forse, non ha avuto nemmeno il tempo di capire cosa stesse accadendo: l’uomo le ha inferto un colpo alla testa, tale da mandarla all’ospedale, per poi impossessarsi delle chiavi della sua auto e dileguarsi. I parenti della vittima, che al momento è ricoverata, non nascondono la loro rabbia. «Non doveva essere libero» ripetono, in particolare il nipote dell’anziana, il quale ha sottolineato come Del Grande avrebbe potuto semplicemente intimarle di consegnargli le chiavi, senza bisogno di colpirla. «Ha agito con una ferocia e una violenza inaudita» ha dichiarato, aggiungendo che il colpo ricevuto ha letteralmente sfondato il cranio della zia. L’aggressione, avvenuta in un luogo solitamente silenzioso e riservato come un cimitero, ha reso l’episodio ancora più drammatico agli occhi dei familiari, i quali si chiedono a gran voce perché a un uomo con quel passato – Del Grande era già stato condannato per la cosiddetta “strage dei fornai” – sia stato concesso un permesso premio che ha reso possibile la fuga dalla casa-lavoro.
Il precedente del 1998 e la recidiva nella fuga
Elia Del Grande non è certo un nome nuovo per le cronache giudiziarie italiane. Nel 1998, a Cadrezzate, uccise tre componenti della sua famiglia: un episodio che all’epoca scioccò l’opinione pubblica per la sua efferatezza, tanto da valergli una condanna a lunga pena detentiva. Da allora, l’uomo ha collezionato più di una latitanza; l’ennesima fuga dalla casa-lavoro di Alba, nel Cuneese, si è interrotta solo grazie all’intervento dei carabinieri, che lo hanno localizzato a Varano Borghi. Durante il breve lasso di tempo in cui è rimasto in giro, però, Del Grande non si è limitato a sottrarre l’auto alla 69enne: avrebbe anche tentato di investire un carabiniere, un dettaglio che aggrava ulteriormente il quadro delle accuse a suo carico. La Procura di Varese, che ora ha in mano il fascicolo, procede spedita verso l’udienza di convalida, durante la quale il gip dovrà decidere se mantenere il fermo o disporre misure alternative; l’interrogatorio di domani sarà decisivo per chiarire la posizione del cinquantenne, che rischia di vedersi contestata anche l’aggravante della recidiva specifica.
La reazione della famiglia della 69enne: «Giustizia»
Non c’è solo la rabbia, nella voce dei parenti dell’anziana aggredita. C’è una domanda che torna insistente: perché un condannato per triplice omicidio, con un curriculum di fughe alle spalle, si trovava in una casa-lavoro con permessi che gli hanno consentito di allontanarsi? I familiari della vittima – che al momento resta ricoverata in ospedale, con la prognosi ancora aperta dopo il trauma cranico – chiedono «giustizia» a gran voce, senza mezzi termini. Il nipote della 69enne, quello stesso che ha parlato di «violenza inaudita», si dice convinto che nessuna misura alternativa avrebbe dovuto essere concessa a un uomo con quel passato. «Le ha sfondato il cranio» ha ribadito, quasi a voler fissare un’immagine precisa di quanto accaduto in quel cimitero. La magistratura, da parte sua, ha già messo in moto l’ingranaggio processuale: la richiesta di convalida del fermo è stata depositata, e ora toccherà al giudice decidere se Del Grande debba tornare subito in carcere o se, viceversa, esistano spazi per un diverso regime detentivo. Quel che è certo, per ora, è che la Fiat 500 rubata è stata recuperata, e che la donna ferita – lei che stava solo pulendo la tomba del marito – continua a lottare tra le mura di un ospedale, con i parenti che non smettono di chiedersi come sia potuto accadere tutto questo.




