Elia Del Grande, la fuga e la lettera: "Mi avevano chiuso di nuovo in un Opg"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Da un luogo imprecisato, Elia Del Grande ha fatto pervenire una missiva elettronica nella quale delinea, con una prosa che mescola rammarico e accusa, le ragioni della sua decisione di allontanarsi dalla casa lavoro di Castelfranco Emilia. “Avevo ripreso in mano la mia vita, ottenendo con sacrificio un ottimo lavoro, dando tutto me stesso in quel lavoro che oggi mi hanno fatto perdere senza il minimo scrupolo”, ha scritto, attribuendo la responsabilità di questo strappo alla magistratura di sorveglianza. La sua esistenza, faticosamente ricostruita dopo un quarto di secolo trascorso in carcere e caratterizzata, a suo dire, dal ritrovamento di un equilibrio affettivo e dalla riconquista delle piccole normalità quotidiane, si sarebbe infranta nuovamente contro la decisione di un magistrato, che lo ha riportato in una dimensione di restrizione.

Il peso di una misura di sicurezza

L’uomo, la cui vicenda giudiziaria è segnata da un episodio di cronaca nera risalente al 1998 quando, a Cadrezzate, pose fine alle vite dei propri genitori e del fratello con un fucile, descrive la realtà delle case lavoro con toni duri e senza mezzi termini. Secondo quanto da lui affermato, tali istituti, che pure dovrebbero proporsi il fine della risocializzazione attraverso il lavoro, rappresenterebbero in concreto un contenitore per persone con problematiche psichiatriche, un retaggio degli ormai dismessi ospedali psichiatrici giudiziari. “Ci sono persone all’interno che sono entrate per sei mesi e, avendo l’unica colpa di non avere una dimora e una famiglia, si trovano internate da 4/5 anni”, ha denunciato, dipingendo un quadro di un sistema che, invece di reintegrare, finisce per reprimere e isolare.

La fuga come gesto estremo

La sua evasione, compiuta scalarne un muro di cinta alto diversi metri solo una settimana fa, assume quindi le sembianze di una protesta contro quello che percepisce come un meccanismo ingiusto e inefficace. “Il mio gesto è dovuto alla totale inadeguatezza che ancora incredibilmente sopravvive in certi istituti”, si legge nella lettera, nella quale Del Grande oppone una strenua difesa del proprio percorso di reinserimento, bruscamente interrotto. La sua condizione attuale è quella di un ricercato, dopo che le forze dell’ordine ne hanno perso le tracce in seguito alla fuga dalla struttura emiliana, alla quale era stato assegnato in seguito al periodo di libertà vigilata perché ancora considerato socialmente pericoloso.

Il confronto con le Rems

Nella sua argomentazione, l’uomo stabilisce un paragone diretto tra le case lavoro e le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, le Rems, istituite dopo la chiusura degli Opg. A suo avviso, le prime fungono da “recipiente” per coloro che, pur avendo bisogno di un supporto psichiatrico, non trovano collocazione nelle seconde, vanificando così lo spirito della riforma che avrebbe dovuto chiudere per sempre con gli “scempi” del passato. Una critica serrata, la sua, che getta una luce sulle zone d’ombra di un sistema penitenziario e rieducativo chiamato a bilanciare esigenze di sicurezza e percorsi di redenzione, un equilibrio che, in questo caso specifico, sembra essersi rotto.

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