Ulisse e l'algoritmo: la scena delle Sirene nel film di Nolan e il nostro rapporto con la tecnologia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La sequenza delle Sirene rappresenta da sempre il banco di prova per ogni regista che si sia mai cimentato nell'impresa di trasporre il poema omerico sul grande schermo; e Christopher Nolan, nel suo monumentale Odissea, non solo supera questa sfida con una maestria che ha lasciato il pubblico e la critica ampiamente divisi, ma costruisce una delle sequenze più dense e magnetiche della sua intera filmografia, trasformando il celebre episodio mitologico in una riflessione potente sul nostro presente, sulla natura della conoscenza e sul rapporto, spesso ambiguo, che abbiamo sviluppato con

Le tecnologie che promettono di rivelarci ogni segreto. Perché l’intuizione geniale del regista inglese, come notato da molti osservatori, sta proprio nell'aver capito che il canto delle Sirene, nella sua essenza più profonda, non è mai stato una questione di musica, ma di un’offerta ben più pericolosa e seducente: la promessa di una sapienza totale, la chiave per decifrare il mondo.

L'astuzia di Nolan: come rendere credibile l'irresistibile

Il problema principale che ogni adattamento cinematografico si trova ad affrontare quando deve rappresentare le Sirene è di natura quasi filosofica: come può una melodia, per quanto sublime, essere davvero così straordinaria da spingere un uomo a scegliere la morte pur di ascoltarla?

La storia del cinema è costellata di tentativi più o meno riusciti, ma quasi sempre caduti nella trappola di dover comporre un pezzo musicale che fosse all'altezza di una leggenda durata quasi tremila anni, un'impresa destinata allo scacco, poiché qualsiasi nota reale sarebbe suonata, per lo spettatore, inevitabilmente deludente o, peggio, involontariamente ridicola.

Nolan, con la sua consueta abilità nel decostruire i meccanismi narrativi, aggira l'ostacolo con una mossa che ribalta completamente la prospettiva, spostando il fulcro dell'attenzione dal canto in sé alla reazione di chi lo ascolta e, in particolare, al corpo stesso di Ulisse, il cui martoriato e celeberrimo volto diventa il vero palcoscenico dell'orrore e della tentazione.

Se andiamo a rileggere il testo di Omero, infatti, scopriamo che le Sirene non dedicano molto spazio alla bellezza della loro voce, ma piuttosto fanno a Ulisse una proposta precisa e incredibilmente mirata, promettendogli che, ascoltandole, potrà ripartire "più saggio", conoscendo ogni dettaglio della guerra di Troia e tutto ciò che accade nel mondo, un'offerta che va a colpire il suo punto più debole, la sua inesauribile e proverbiale curiosità intellettuale.

La tentazione che le Sirene gli pongono davanti non è, come spesso si crede, quella del piacere o dell’amore, ma è molto più sottile e moderna: è la seduzione della conoscenza assoluta, la promessa di avere risposte a tutte le domande, un potere che, per un uomo come Ulisse, che ha costruito la sua stessa identità sull'astuzia e sull'intelligenza, risulta semplicemente irresistibile.

E Nolan, da fine regista, capisce che per restituire questa tensione sul grande schermo non serve una melodia celestiale, ma basta osservare il volto di Matt Damon mentre, legato all'albero della nave, lotta contro le sue stesse corde, implora i compagni di liberarlo e perde completamente quel controllo che lo aveva contraddistinto fino a quel momento, lasciandoci vedere, senza filtri, la sua umanità fragile e sofferente.

Un viaggio dentro di sé e una metafora del nostro tempo

Questa interpretazione della sequenza delle Sirene si inserisce perfettamente nella visione più ampia che Nolan ha dell'intero poema omerico, che non viene qui raccontato come una semplice epopea di conquista e di ritorno, ma come un doloroso e travagliato percorso di crescita interiore, un viaggio psicologico che l'eroe compie dentro se stesso, ben prima di poter riabbracciare la sua amata Itaca.

L'Ulisse di Matt Damon non è l'eroe impermeabile ai rimpianti e alla pietà della tradizione classica, ma un reduce di guerra distrutto dal disturbo da stress post-traumatico, un uomo che sbaglia, inciampa e vacilla, schiacciato dal senso di colpa per essere sopravvissuto ai suoi compagni e tormentato dal dubbio di non essere più la persona che era prima di partire, tanto che le Sirene, in questa versione, gli rivelano che una parte di lui, in fondo, non desidera nemmeno tornare a casa, perché dovrebbe fare i conti con un uomo che non è più e che non vuole più essere.

È in questa dimensione psicologica e intima che si cela la vera modernità dell'opera di Nolan, e non è un caso che molti critici abbiano letto nel suo Odissea una riflessione sull'epoca contemporanea e sul nostro rapporto, spesso problematico, con le nuove tecnologie, in un parallelo suggestivo tra il canto delle Sirene e il fascino ipnotico degli algoritmi e dell'intelligenza artificiale.

Lo stesso Nolan, del resto, ha fornito una chiave di lettura esplicita di questo parallelo durante un'intervista promozionale, in cui ha paragonato l'IA al Cavallo di Troia, ma a un "cavallo trasparente, fatto di vetro", dentro cui tutti possono vedere i greci, suggerendo che il problema non sia tanto la tecnologia in sé, quanto la reazione, fatta di sospetto e scetticismo, che essa sta suscitando in un pubblico sempre più diffidente e consapevole.

Le Sirene di Nolan, come gli algoritmi che oggi ci propongono risposte pronte e fluenti, non ci seducono con la bellezza, ma con l'apparenza di una conoscenza superiore e immediata, con la promessa di svelarci i segreti del mondo e di guidarci attraverso la complessità, una tentazione contro cui è difficile lottare perché va a colpire il nostro desiderio più profondo di capire e di controllare la realtà.

Come Ulisse, che si fa legare all'albero per resistere al canto, anche noi dovremmo imparare a essere scettici di fronte a queste promesse, a mantenere un senso critico e a non cedere alla "cieca fiducia che tutto andrà alla grande", per usare le parole del regista, consapevoli che, come per l'eroe omerico, il vero viaggio non è fatto di risposte facili, ma di domande, di fatica e di un ritorno a casa che è, prima di tutto, un ritorno a se stessi.

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