Trump contro l'Onu: l'addio unilaterale alla diplomazia climatica e multilaterale
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Redazione Esteri
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A meno di una settimana dall'azione militare in Venezuela, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha impresso una svolta radicale alla politica estera del suo paese, annunciando il ritiro da sessantasei tra trattati e organizzazioni internazionali. La decisione, che colpisce in particolare trentuno enti afferenti alle Nazioni Unite, rappresenta l'esito concreto di un riesame complessivo delle affiliazioni internazionali avviato su suo ordine un anno fa, e segna una rottura netta con decenni di coinvolgimento americano nelle sedi multilaterali. La mossa, definita dalla presidenza necessaria per abbandonare strutture giudicate superflue e troppo onerose, si inquadra in una filosofia che privilegia l'azione unilaterale e considera con forte scetticismo gli impegni vincolanti negoziati a livello globale.
Il sistema smantellato e la reazione diplomatica
Tra gli accordi più significativi che gli Stati Uniti si apprestano a lasciare vi è, in primo luogo, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il pilastro degli sforzi internazionali per contrastare il riscaldamento globale dal 1992. L'abbandono di questo trattato, che pure è stato spesso oggetto di critiche per la sua lentezza, priva la comunità internazionale di uno strumento che, nonostante tutto, aveva contribuito a moderare le proiezioni più catastrofiche. "Alcuni di quegli enti sono pleonastici", ha ammesso l'ex ambasciatore italiano all'Onu, "ma il multilateralismo ha garantito ottant'anni di imperfetta stabilità. L'Europa deve difenderlo". La sua riflessione, che sottolinea come il sistema andasse riformato e non demolito, arriva da chi, nella sua lunga carriera diplomatica, ha seguito da protagonista proprio l'impegno italiano nelle sedi multilaterali, anche come inviato speciale per la riforma delle Nazioni Unite.
Le conseguenze sulla governance globale
L'ordine esecutivo firmato da Trump non si limita alla questione ambientale, ma abbraccia un ventaglio amplissimo di settori, dalla gestione delle migrazioni alla parità di genere, giudicati attraverso la lente di un rigido calcolo di interessi nazionali immediati. La motivazione ufficiale parla infatti di organizzazioni che "non servono agli interessi americani" e che "promuovono agende inefficaci e ostili", una dichiarazione che di fatto mette in discussione i fondamenti stessi della cooperazione internazionale come è stata concepita nel secondo dopoguerra. La scelta, che segue di pochi giorni le dichiarazioni di Caracas in cui Trump ha attaccato il diritto internazionale, delinea una strategia coerente e senza precedenti per portata e rapidità di esecuzione, la quale rischia di creare un vuoto di leadership in ambiti cruciali per la sicurezza collettiva.
Un futuro incerto per la lotta al climate change
Proprio sul fronte climatico, l'uscita dall'Unfccc appare come il colpo più duro, poiché priva il negoziato globale del principale contribuente storico alle emissioni di gas serra e di uno degli attori economici più influenti. Quel trattato, che pure non aveva raggiunto gli obiettivi più ambiziosi, era riuscito a modificare traiettorie altristiche, contenendo le proiezioni di aumento della temperatura. La sua efficacia, come spesso accade per certi meccanismi, si comprende appieno solo nel momento in cui vengono a mancare, lasciando il campo a un coordinamento frammentato e probabilmente meno incisivo. La decisione di Washington, dunque, non è una semplice revisione tattica delle alleanze, ma un segnale profondo sulla volontà di riscrivere le regole dell'engagement globale, preferendo ad esse una serie di rapporti bilaterali dove la potenza americana può essere esercitata senza i vincoli e le mediazioni dei forum internazionali.




