Il quarto anno di guerra si chiude tra il “grazie” di Zelensky all’Onu e la promessa di nuovi aiuti italiani

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quattro anni non sono bastati a esaurire la spinta del conflitto, e anzi, le dichiarazioni che giungono dai fronti opposti fotografano una situazione di stallo destinata a protrarsi. Da un lato, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha voluto sottolineare il significativo risultato diplomatico ottenuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove una risoluzione sponsorizzata da Kiev — quella che, nelle sue parole, chiede un “cessate il fuoco completo e il ritorno del nostro popolo” — ha incassato il favore di 107 Paesi. Un plauso, quello di Zelensky, rivolto a ciascuna delle nazioni che, nel consesso internazionale, hanno scelto di schierarsi al fianco dell’Ucraina “in difesa della vita”, come ha tenuto a precisare il leader, quasi a voler ribadire la natura esistenziale, prima che territoriale, della resistenza del suo Paese. E mentre il presidente ringraziava i partner internazionali, dalla capitale italiana giungeva una conferma altrettanto significativa sul fronte del sostegno concreto: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel corso di un collegamento da Palazzo Chigi con il vertice dei cosiddetti “volenterosi” e con il G7, ha ribadito l’impegno dell’Italia al fianco di Kiev, promettendo di spendersi per il pieno rispetto della sovranità ucraina e annunciando, di fatto, che nuovi aiuti militari sono stati messi in cantiere per il 2026. Una presa di posizione politica che arriva a distanza di tempo dalla sua missione a Kiev del 2023, e che conferma la linea di continuità dell’esecutivo, nonostante le fibrillazioni interne alla maggioranza e le periodiche uscite della Lega contrarie all’invio di armi.

Sul fronte opposto, però, la musica non cambia, anzi, si fa più cupa e bellicosa. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha infatti gelato qualsiasi ipotesi di distensione, affermando a chiare lettere che “non tutti gli obiettivi della Russia sono stati raggiunti” e che, di conseguenza, le operazioni militari in Ucraina non solo non si fermeranno, ma “proseguiranno” senza incertezze. Una dichiarazione che stride volutamente con gli appelli alla tregua che risuonano in Occidente, e che riporta l’asticella del confronto a livelli di massima tensione. A Mosca, del resto, non si parla più solo di Donbass o di denazificazione, ma si arriva a evocare scenari apocalittici: l’intelligence russa per l’estero (SVR) ha infatti lanciato l’allarme su un presunto piano segreto di Francia e Regno Unito che prevederebbe la fornitura di armamenti nucleari all’Ucraina. Secondo i servizi di Mosca, Parigi starebbe valutando la consegna di testate TN75 — solitamente imbarcate sui missili balistici sottomarini M51.1 — per trasformare la resistenza ucraina in una sorta di “Wunderwaffe”, un’arma miracolosa in grado di ribaltare le sorti del conflitto. Una ricostruzione, quella russa, che ha scatenato la reazione furibonda di Dmitry Medvedev, il quale ha tuonato contro una “risposta simmetrica” e l’uso di armi nucleari, anche non strategiche, contro obiettivi in territorio ucraino e contro i Paesi fornitori, bollati come “complici di un conflitto nucleare”. La replica francese, affidata al profilo social “French Response” nato per contrastare la disinformazione del Cremlino, ha scelto la via dell’ironia, sottolineando come la Russia, al quinto anno di una guerra inizialmente prevista in tre giorni, si trovi ora costretta a indicare le testate francesi e britanniche come il principale pericolo globale.

L’appello di Zuppi e lo scoglio ungherese sugli aiuti Ue

In questo scenario di tensione internazionale, non mancano le voci che si levano per chiedere un cambiamento di rotta, o almeno una riflessione profonda sul senso di una guerra che non accenna a placarsi. A Roma, nella basilica di Santa Maria in Trastevere, il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha presieduto una veglia per la pace in Ucraina nel quarto anniversario dell’invasione. Prendendo spunto dalla domanda “Come pregare sempre senza stancarsi mai?”, Zuppi ha offerto una riflessione che andava oltre il semplice atto liturgico, toccando il nervo scoperto di una società — quella occidentale — che sembra aver perso la capacità di attendere e di sperare contro ogni speranza. In un’epoca che rifugge dall’attesa, ha osservato il porporato, la preghiera domanda perseveranza, chiede di non arrendersi all’abitudine e alla rassegnazione, di non lasciarsi vincere dal buio che sembra aver avvolto l’Europa dell’Est. Un messaggio, il suo, che ha voluto squarciare quel velo di assuefazione al conflitto che rischia di offuscare le coscienze, ricordando come il “sole della pace” sia un orizzonte per cui vale la pena di lottare, anche quando la ragione sembrerebbe suggerire il contrario.

Ma se la diplomazia vaticana invoca la perseveranza nella preghiera, la diplomazia europea è chiamata a districarsi tra i veti incrociati e le crisi energetiche. Sullo sfondo del quarto anniversario, infatti, si staglia la crisi aperta dal veto ungherese. Viktor Orban tiene sotto scacco il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca e, cosa ben più grave, blocca il prestito da 90 miliardi di euro a Kiev concordato dal Consiglio europeo lo scorso dicembre. Il casus belli, in questo caso, è la disputa sull’oleodotto Druzhba, il più lungo del mondo, costruito negli anni Sessanta dall’Urss per trasportare il greggio verso i Paesi del Comecon. A fine gennaio, i tubi sono stati danneggiati da un attacco russo condotto con droni Shahed, e l’Ucraina non ha provveduto alla riparazione. Budapest e Bratislava, di conseguenza, non ricevono più petrolio, e Orban, ritenendo intenzionale la mancata manutenzione, ha risposto con il pugno di ferro. “Non resteremo a guardare”, ha scandito il premier ungherese, minacciando contromisure che vanno dal blocco delle spedizioni di gasolio dall’Ungheria all’Ucraina fino al rifiuto categorico di qualsiasi prestito militare a Kiev. Una posizione, quella di Budapest, che il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha definito “inaccettabile”, ricordando a Orban che le decisioni prese dal Consiglio devono essere rispettate e che l’unanimità richiesta per lo sblocco dei fondi non può essere usata come arma di ricatto. Mentre von der Leyen e lo stesso Costa si recavano a Kiev in treno per una missione lampo, la macchina diplomatica Ue si è messa in moto per trovare una soluzione, consapevole che senza quei 90 miliardi — 60 dei quali destinati a spese militari — l’Ucraina rischia di rimanere senza ossigeno in un momento cruciale del conflitto.

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