Il conto della guerra: l’Europa e quel green deal da congelare per non affondare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non esistono conflitti gratis, ce lo hanno insegnato le drammatiche battaglie tra russi e ucraini, e l’attuale escalation in Medio Oriente, con l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele sul territorio iraniano, ne è l’ennesima, dolorosa conferma. Il primo, immediato bollettino di questa guerra, che molti speravano potesse rimanere confinata a una scaramuccia diplomatica, si è riversato invece come un macigno sui mercati del Vecchio Continente e, conseguentemente, sulle tasche dei cittadini europei. Nella sola seduta di lunedì 2 marzo, le Borse europee hanno visto svanire oltre 314 miliardi di euro di capitalizzazione, un tonfo che a Piazza Affari si è tradotto in un ribasso dell’1,97% e in 17 miliardi di valore bruciati in poche ore. È l’effetto immediato dei timori legati a un conflitto che, chiudendo di fatto il rubinetto energetico in uscita dal Golfo Persico, rischia di mandare in tilt un sistema, quello europeo, già in affanno.

Il nodo cruciale, e qui sta il punto che dovrebbe far riflettere Bruxelles, è l’impennata verticale delle materie prime. Il gas, in particolare, ha visto un'impennata quasi del 40%, con punte del 48% registrate su alcuni hub di scambio, un balzo che da solo è in grado di far saltare qualsiasi bilancio familiare o industriale. Il petrolio, dal canto suo, dopo un'avvicinamento agli 80 dollari al barile, viaggia ora intorno a quota 77, ma la quotazione è la diretta conseguenza di un dato di fatto incontrovertibile: il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per un quinto del petrolio mondiale e per ingenti quantità di gas naturale liquefatto, si è di fatto arrestato. Non c'è bisogno di un blocco ufficiale da parte dell'Iran, che pure ha colpito obiettivi in Qatar costringendo alla chiusura il gigantesco impianto di Ras Laffan, perché bastano la paura degli armatori e il ritiro delle polizze assicurative da parte delle compagnie per paralizzare un'arteria vitale per l'approvvigionamento energetico globale.

In questo quadro di emergenza, dove il prezzo del diesel ha già toccato i massimi da un anno, l'Unione Europea si trova davanti a un bivio che non ammette tentennamenti. Continuare a perseguire con ostinazione gli ambiziosi obiettivi del green deal, con le sue transizioni accelerate e i costi spesso proibitivi per il tessuto produttivo, rischia di diventare non solo un'anacronistica battaglia ideologica, ma una vera e propria zavorra che trascinerebbe a fondo un'economia già messa in ginocchio dal caro-energia. La sospensione temporanea del pacchetto green, o quanto meno un suo congelamento strategico, appare non più come un'ipotesi discussa nei think tank, ma come una necessità improrogabile per evitare che le imprese, strozzate dai costi, chiudano i battenti e che le famiglie non possano più riscaldare le proprie case.

La diplomazia parallela di Mosca e l'inganno dell'Opec

Mentre l'Europa trema, c'è chi si muove con freddezza per trarre vantaggio dal caos. Vladimir Putin, fiutando l'aria, non ha perso tempo e nel weekend ha imbracciato il telefono per parlare con i veri padroni dell'energia: l'uomo forte dell'Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, l'emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al-Thani, e gli altri regnanti degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein. Una ridda di consultazioni che dimostra come il Cremlino cerchi di giocare un ruolo da protagonista in questa crisi. Paradossalmente, proprio i paesi dell'Opec+ il giorno prima avevano deciso un aumento della produzione di greggio, pari a circa 206.000 barili al giorno, un incremento che rappresenta appena lo 0,3% della domanda mondiale. Un annuncio che suona quasi come una beffa, un contentino per i mercati, perché quel greggio, anche se estratto, non può attraversare lo Stretto di Hormuz e raggiungere i compratori. L'effetto pratico è nullo, se non quello di svelare l'impotenza dei produttori nel garantire forniture stabili in un contesto bellico.

L'aumento deciso dall'Opec, infatti, è pura teoria. La pratica dice che le petroliere restano alla fonda, che gli attacchi con droni e missili rendono ogni traversata una scommessa sulla vita dell'equipaggio e sul carico, e che i governi occidentali, a partire da quello italiano, osservano con apprensione l'evaporare della ricchezza e l'arrivo di bollette dai costi insostenibili. Non si tratta di allarmismo, ma di contabilità: quando il prezzo del gas vola e il petrolio rincara, a pagare lo scotto è l'intera filiera produttiva. Ed è per questo che, di fronte a una guerra che non abbiamo dichiarato ma di cui subiamo le conseguenze, chiedere all'Europa di mettere da parte per un momento i suoi piani di transizione ecologica non è un'eresia, ma un atto di realismo economico per evitare che la crisi energetica si trasformi in una catastrofe sociale.

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