Leonardo, il proxy advisor Iss boccia la lista del Mef: “Meglio i fondi per il cda”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre il governo definiva l’azzeramento della precedente gestione, un’importante società di consulenza che orienta le scelte degli investitori istituzionali ha scelto di andare in direzione ostinata e contraria. A poche settimane dall’assemblea convocata per il prossimo 7 maggio, Iss Governance ha infatti rotto l’equilibrio perfetto che il ministero dell’Economia e delle Finanze aveva costruito per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Leonardo: il proxy advisor – che fornisce indicazioni puntuali a chi detiene quote del capitale del gruppo della difesa – ha raccomandato di sostenere la lista di minoranza presentata dai gestori dei fondi (quelli che aderiscono ad Assogestioni), bocciando di fatto quella voluta da via XX Settembre. La sua argomentazione, in un meccanismo di voto che prevede due sole liste contrapposte, è che il supporto ai nomi alternativi rappresenti la soluzione più efficace “per rappresentare gli interessi degli azionisti di minoranza ed esercitare un controllo efficace sull’operato del management”.

La doppia preferenza che salva solo Macrì

Se l’esecutivo ha ormai decretato i suoi vincitori – con Lorenzo Mariani pronto a raccogliere l’eredità di Roberto Cingolani e Francesco Macrì designato per la poltrona di presidente – il parere del proxy arriva come un elemento di disturbo non trascurabile. Iss, pur nella sua posizione critica verso la lista di maggioranza (quella del Mef, che controlla oltre il 30% delle azioni), ha comunque indicato un’eccezione di rilievo: per l’ordine del giorno relativo alla presidenza, il consiglio è di votare a favore proprio del candidato espressione del Tesoro, vale a dire lo stesso Macrì. Significa che, nella raccomandazione del consulente, il manager proposto da via XX Settembre viene ritenuto idoneo a guidare l’organo di vertice, a patto che intorno a lui si siedano i candidati dell’opposizione. La lista di minoranza, composta esclusivamente da profili indipendenti come Dominique Levy, Roberto Diacetti, Elena Grifoni e Maurizio Tucci, è quindi considerata l’ago della bilancia per garantire quella discontinuità che i grandi fondi internazionali reclamano.

Il precedente Cingolani e il valore di un’analisi strutturale

Adesso che la frizione tra palazzo e management è diventata pubblica e plastica – l’uscita del fisico Roberto Cingolani, avvenuta dopo un progressivo logoramento del rapporto fiduciario con la presidenza del Consiglio, è stato l’epilogo di una fase politica complessa – appare istruttivo analizzare la vicenda non solo come una scontata conta dei nominativi. Un’analisi più approfondita, curata da Ubaldo Livolsi (professore di rate Finance e fondatore di Livolsi & Partners S.p.A.) per l’agenzia Dire, ha inquadrato il “caso Cingolani” come il sintomo di una patologia italiana ricorrente: la difficoltà di separare l’indirizzo strategico industriale dalle pulsioni contingenti della politica. Livolsi nota come la gestione, spesso episodica, del gruppo della difesa tradisca l’assenza di un equilibrio stabile tra autonomia manageriale e controllo pubblico, una fragilità che in settori come la cybersecurity e lo spazio rischia di pagare un conto salato in termini di competitività globale.

L’incognita dell’assemblea e il valore delle liste

Se da un lato il Tesoro può contare sulla sua consistente quota azionaria per far passare la linea maggioritaria, dall’altro il verdetto di Iss Governance ha il peso specifico per mobilitare il voto di quei soci che solitamente si allineano alle raccomandazioni dei proxy advisor. La lista di minoranza, nata per tutelare il risparmio gestito, diventa così il grimaldello per scardinare un dominio che appariva scontato. L’ago della bilancia resterà nelle mani degli investitori istituzionali, chiamati a decidere tra la continuità dell’impianto governativo – che vede nel direttore generale dell’Economia Francesco Soro uno dei punti fermi del listino di maggioranza – e la spinta a un controllo più rigoroso dell’operato del futuro management. Quello che si profila all’orizzonte del 7 maggio non è solo un voto di lista, ma un vero e proprio banco di prova per il peso reale delle buone pratiche di governance nel capitalismo italiano.

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