Berlusconi è davvero eterno. Lo certificano i suoi processi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Avevamo sbagliato il conto. Dicevamo che Silvio Berlusconi aveva sette vite, e i più generosi gliene attribuivano nove come ai gatti, perché lo avevamo visto schiacciato come un gatto sotto un corteo di Tir e rialzarsi ogni volta, scrollarsi la polvere di dosso e ripartire come se niente fosse. Adesso mi tocca correggermi. Ne aveva una in più, la decima, ed è quella che non si conta perché è eterna.

A certificarlo, questa volta, non è un’apparizione televisiva o una uscita a braccio in campagna elettorale, ma un pezzo di carta che arriva da un tribunale di Firenze: l’ennesima archiviazione che trasforma un’indagine trentennale in una sorta di fenomeno paranormale giudiziario.

Il codice di procedura penale stabilisce una durata massima per le indagini preliminari, un limite temporale pensato per non tenere un cittadino – o l’eredità di quel cittadino – sotto la scure dell’accusa a vita, eppure a Firenze, ma non solo, questo principio si arena da decenni sulle stragi continentali, bloccato da un ingranaggio burocratico che azzera il cronometro attraverso la pratica, per certi versi geniale nella sua pervicacia, della clonazione dei fascicoli.

L’eterna persecuzione giudiziaria e il trucco degli omissis

Finalmente è possibile leggere il decreto del Gip di Firenze Patrizia Martucci che archivia Marcello Dell’Utri per l’accusa di concorso con i boss nelle stragi del 1993-1994, e si scoprono così alcune cose interessanti che vanno oltre la semplice formula di rito. Primo: pur essendo insufficiente per ipotizzare un giudizio – e questo è il punto che ha scatenato le reazioni politiche più roboanti – sull’ex senatore di FI resta in piedi un “quadro indiziario significativo”.

È la stessa giudice a scriverlo nero su bianco, pur dovendo poi ammettere che mancano gli “elementi concreti” per dimostrare un “contatto diretto” tra Cosa Nostra e Berlusconi. Si chiude formalmente un’inchiesta per assenza di prove (o per la riforma Cartabia che ha alzato l’asticella della previsione di condanna) e se ne apre immediatamente un’altra, grazie a pagine coperte da omissis che lasciano intravedere piste inesplorate.

Nel testo del provvedimento, infatti, spuntano oscuramenti che sembrano riferirsi a “soggetti in possesso di notizie estremamente riservate su Berlusconi”, un riferimento che secondo gli atti dell’inchiesta porterebbe dritto dritto a Milano, all’indagine “Equalize” e a un ex carabiniere del Ros che avrebbe ascoltato intercettazioni decisive già nei lontani anni Novanta.

I costi di una caccia al tesoro senza tesoro

L’accanimento giudiziario, si sa, ha un prezzo, e stavolta i milioni di euro a carico dello Stato non sono una cifra retorica. Si parla di una stima che si aggira intorno ai 20 milioni di euro spesi in trent’anni per inseguire un teorema che, secondo i legali di Dell’Utri, sarebbe nato più dalla sceneggiatura di un film che da riscontri concreti.

I pubblici ministeri che si sono avvicendati a Firenze – da Pierluigi Vigna a Luca Tescaroli – hanno potuto contare su un budget sostanzialmente illimitato, impiegando sezioni intere della Dia e piazzando microspie nei carcere di massima sicurezza nella speranza, mai del tutto tramontata, di registrare la confessione decisiva.

Se si considera che ogni volta l’inchiesta veniva archiviata per poi essere riaperta con un piccolo stralcio (il famoso trucco della “fotocopia” che aggira i termini di legge), viene da chiedersi se non ci troviamo di fronte a una macchina da guerra perfetta: una macchina che produce carta straccia, come l’ha definita Marina Berlusconi, ma che nel frattempo ha tenuto sotto torchio per decenni un intero schieramento politico.

Le regole della giustizia e la sconfitta del tempo

L’assurdità della vicenda, che ha visto sei archiviazioni in trent’anni, sta proprio nella capacità dei magistrati di eludere i termini stringenti previsti dagli articoli 405 e seguenti del codice di procedura penale. La procura di Firenze ha sistematicamente chiesto l’archiviazione del fascicolo principale, trattenendo però un lembo di indagine – spesso legato a dichiarazioni di collaboratori di giustizia di dubbia attendibilità o a intercettazioni carcerarie – per ripartire da capo con un numero di reato diverso.

Il risultato è che un uomo ormai scomparso fisicamente tre anni fa (e la morte del reo estingue il reato, secondo il nostro ordinamento) ha continuato a comparire nei registri degli indagati, inchiodato a un banco degli imputati ideale da cui nessuna sentenza di archiviazione sembra in grado di rimuoverlo definitivamente.

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