Enel, De Angelis: nel 2026 puntiamo sui brownfield, la crescita dell’eps viaggia senza aiuti esterni
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Redazione Economia
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Roma. Il cantiere delle opportunità, per Enel, si sta spostando sempre più verso i cosiddetti progetti brownfield – quelli cioè che insistono su siti già occupati o parzialmente sviluppati – con un’attenzione particolare al mercato statunitense. A dirlo, nel corso della conference call sui risultati del primo trimestre 2026, è stato il direttore finanziario Stefano De Angelis, il quale ha però voluto precisare un aspetto cruciale per chi segue l’andamento del Titolo la crescita del 6% dell’utile per azione prevista per l’intero esercizio, che dovrebbe portare l’eps in un range compreso tra 0,72 e 0,74 euro, viaggerà esclusivamente sulle gambe del business organico. Tradotto: le offerte, le firme e i closing legati alle acquisizioni brownfield – anche se quantitativamente rilevanti – non metteranno ancora il loro zampino nei conti di quest’anno.
De Angelis, nel dettaglio, ha rivelato che il portafoglio potenziale negli States è so: un gigawatt è già in fase avanzata di valutazione, mentre per altri 14 gigawatt sono attese offerte non vincolanti tra maggio e giugno. L’ebitda complessivo stimato per questi 15 Gw supera abbondantemente il miliardo e mezzo di dollari. Ma, ha tenuto a sottolineare il manager, non è che l’orizzonte si esaurisca oltreoceano. «Ci sono più opportunità negli Stati Uniti – ha spiegato – ma abbiamo in mente offerte non vincolanti anche in Europa e in altri paesi di prima fascia, in particolare in Germania». A chi gli chiedeva dei rischi esecutivi su queste operazioni, De Angelis ha risposto con pragmatismo: non si possono escludere, è chiaro, ma non ce ne sono più nel brownfield che nel greenfield. Anzi, è proprio per questa ragione che gli investimenti sono stati indirizzati lì.
Numeri del primo trimestre: l’ebitda vola a 6 miliardi, Spagna e America Latina reggono il peso dell’Italia
I conti del primo trimestre, intanto, raccontano la storia di una resilienza tutt’altro scontata. Nonostante un calo dei ricavi del 6,7% – scesi a 20,59 miliardi di euro contro i 22,07 dello stesso periodo dell’anno precedente – la redditività lorda (ebitda ordinario) è salita a 6 miliardi, segnando un +3,6%. L’utile netto ordinario, da parte sua, ha toccato quota 1,94 miliardi, in progresso del 3,9%. A guidare questa controcorrente sono state le attività iberiche e quelle latinoamericane, capaci di compensare la debolezza del mercato domestico: in Italia, va detto, hanno pesato sia le minori quantità di elettricità vendute sia i prezzi medi più bassi applicati ai clienti finali.
Il management, forte di questi dati, ha ribadito la guidance già presentata al Capital Market Day dello scorso febbraio, senza alcun tentennamento. E non è un dettaglio da poco, considerato che l’indebitamento finanziario netto è lievitato a 57,83 miliardi, rispecchiando quelle che De Angelis ha definito le normali dinamiche stagionali sul capitale circolante. La qualità degli utili, ha aggiunto il cfo, sta migliorando: il peso del settore reti sull’ebitda totale è salito al 42%, mentre quello del trading e delle materie prime si è ridotto al 3%, riducendo la volatilità complessiva.
La strategia sui brownfield tra Stati Uniti ed Europa: il nodo della crescita inorganica
Il punto, per gli analisti, resta quello della crescita inorganica. De Angelis è stato netto: il miglioramento dell’eps atteso per il 2026 «non avrà benefici da operazioni straordinarie». È una precisazione che funge da promemoria per chi fosse tentato di scontare già nel breve termine le sinergie delle acquisizioni. Il 2026, nelle intenzioni del gruppo, sarà l’anno delle offerte – vincolanti e non – ma i riflessi a conto economico arriveranno più avanti. Negli Stati Uniti, ha ricordato il cfo, la domanda di energia è fortissima, spinta anche dalla proliferazione annunciata di data center (soprattutto in Texas), ma l’Europa resta nel mirino, seppur con minori intensità.
Non si tratta, va chiarito, di un cambio di rotta rispetto al passato: già a febbraio, quando fu presentato il piano strategico, l’amministratore delegato aveva parlato di un interesse specifico per asset già operativi o in fase avanzata di autorizzazione. E se il continente americano offre oggi la maggior concentrazione di occasioni, il Vecchio Continente – e in particolare la Germania – non viene affatto accantonato. De Angelis, a una domanda precisa, ha ammesso che i rischi esistono «dappertutto», ma li ha ridimensionati, ricordando che un progetto già avviato presenta generalmente meno incognite di uno da costruire ex novo.
Reti e rinnovabili guidano la qualità degli utili, il debito sotto osservazione
Sul fronte operativo, la nota diffusa dopo il consiglio di amministrazione ha messo in luce anche i fattori che hanno permesso di assorbire il calo dei ricavi. Le attività regolamentate – quelle delle reti di distribuzione – si confermano il perno della stabilità, mentre il contributo delle energie rinnovabili in Grecia, Sudafrica e Australia ha sorpreso positivamente. L’insieme di questi elementi, sottolinea il rapporto, restituisce un quadro di «maggiore visibilità» sugli utili futuri, una caratteristica che il mercato tende a premiare.
C’è però un’altra faccia della medaglia, rappresentata dall’indebitamento. A fine marzo il dato ha raggiunto i 57,83 miliardi, una cifra che supera le attese di qualche analista (il consenso era fermo a 57,8). È un livello che richiede attenzione, anche se Enel lo inquadra come fisiologico in questa fase dell’anno. Le banche d’affari, da parte loro, sembrano prendere atto della situazione: Equita, ad esempio, ha confermato il giudizio buy con target price a 11 euro, mentre Barclays parla di «solido contesto operativo». Il vero banco di prova, per De Angelis e il suo team, sarà la capacità di trasformare la pipeline di offerte brownfield in operazioni concluse, senza che la leva finanziaria diventi un freno. Di certo, almeno per ora, i numeri del primo trimestre danno ragione a chi ha scelto di puntare sulla tenuta del gruppo.




