Forza Italia, il ricambio generazionale parte da Gasparri: arriva Stefania Craxi
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Redazione Interno
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Sono giorni convulsi per il centrodestra, giorni in cui la sconfitta al referendum sulla giustizia si sta trasformando in una resa dei conti interna che non risparmia nessuno dei partiti della coalizione. Dopo le uscite di scena in Fratelli d’Italia e nei ministeri tecnici, lo spostamento dell’ago della bilancia ha toccato ieri anche Forza Italia, con un avvicendamento ai vertici del gruppo parlamentare del Senato che porta la firma – indiretta – di Marina Berlusconi.
Maurizio Gasparri non è più il capogruppo azzurro a Palazzo Madama. Il suo addio, ufficializzato con una formula che voleva sembrare un gesto volontario (“Chi ha un lungo percorso basato sulla solidità e il senso del dovere sa come gestire tempi e modalità”), arriva in realtà dopo una pressione che si è fatta negli ultimi giorni sempre più pressante. Il malcontento verso il senatore, esponente di lungo corso proveniente dalla vecchia guardia di Alleanza Nazionale, si era concretizzato in una raccolta di firme promossa da quattordici dei venti senatori del gruppo, con il senatore Claudio Lotito indicato come uno dei primi a mettere nero su bianco le perplessità.
Al suo posto, la scelta è caduta su Stefania Craxi, figura che unisce una profonda conoscenza delle istituzioni – è già presidente della Commissione Esteri e Difesa di Palazzo Madama – a una storia politica che affonda le radici nella tradizione socialista del padre, Bettino Craxi, pur essendo ormai perfettamente integrata nel tessuto forzista. La nomina, ufficializzata dal segretario Antonio Tajani, rappresenta un tentativo di coniugare esperienza e rinnovamento, portando al vertice del gruppo un volto certamente noto ma diverso rispetto al passato recente.
La spinta dei Berlusconi e il ruolo di Tajani
La rimozione di Gasparri, per quanto presentata come un atto dovuto per favorire un ricambio generazionale, porta con sé il peso di una volontà espressa chiaramente dalla famiglia del fondatore. Già nei mesi scorsi, Pier Silvio Berlusconi aveva lanciato messaggi precisi: nel luglio scorso, durante la presentazione dei palinsesti Mediaset, aveva definito “non una priorità” la battaglia sullo Ius scholae su cui Forza Italia stava puntando, sottolineando con una certa ironia di dispiacersi per Tajani perché “così so di dargli un colpetto”. Pochi mesi dopo, a dicembre, aveva ribadito il concetto con maggiore chiarezza, parlando della necessità di “facce nuove, idee nuove e un programma rinnovato”.
È in questo quadro che va letta la spinta di Marina Berlusconi, la quale da tempo premeva per un ricambio ai vertici dei gruppi e per una maggiore presenza di volti freschi in tv e sui social. Una spinta a cui il segretario Tajani aveva resistito per oltre un anno, cercando di bilanciare le esigenze di continuità con quelle del rinnovamento. Con l’uscita di scena di Gasparri, l’equilibrio interno al partito cambia, ma la posizione dello stesso Tajani rimane per il momento salda: nessuno, all’indomani di questo terremoto politico, ha messo in discussione la sua leadership.
Quattro sciabolate in quarantott’ore
Quella che ha colpito Maurizio Gasparri è la quarta “sciabolata” in appena quarantotto ore che si abbatte sulla maggioranza, ma a differenza delle altre – pensiamo alle decapitazioni ministeriali volute dalla premier Giorgia Meloni, come quelle della ministra del Turismo Daniela Santanchè e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro – questa arriva da lontano. Se le dimissioni nel governo sono state la risposta immediata alla débâcle referendaria, il caso Gasparri è il risultato di un malcontento maturato silenziosamente nei corridoi del partito.
Non si tratta quindi solo di una reazione a catena al voto, ma di un’operazione di ristrutturazione interna che mira a ridisegnare i pesi all’interno di Forza Italia, ridando centralità a quelle istanze di rinnovamento che i figli di Silvio Berlusconi avevano già messo sul tavolo in autunno. Il fatto che l’avvicendamento avvenga in un momento di debolezza politica della coalizione, con le opposizioni che chiedono conto delle difficoltà del governo, rende il gesto ancora più significativo.
Una gestione soft della transizione
A Palazzo Madama, il passaggio di consegne è stato gestito con il pragmatismo che caratterizza le transizioni interne ai partiti di governo. Gasparri ha avuto il tempo di organizzare la propria uscita di scena, un lasso di tempo che fonti parlamentari descrivono come un vero e proprio “lasciapassare” per permettergli di salvare la faccia di fronte al gruppo. “Bene, mi sono dimesso. Ora passiamo al punto due”, avrebbe detto ai colleghi riuniti nella sala del gruppo, tagliando corto con la retorica dei saluti formali per concentrarsi sulle procedure successive.
Per Stefania Craxi, che ora passerà la presidenza della Commissione Esteri proprio a Gasparri, si apre una fase complessa: dovrà guidare i senatori azzurri in un momento in cui la maggioranza cerca di ricompattarsi dopo lo choc elettorale, cercando di interpretare quella richiesta di cambiamento che viene sia dall’elettorato sia dalle ali più dinamiche del partito. Un compito che la sua lunga esperienza in politica estera e la sua conoscenza dei meccanismi parlamentari potrebbero rendere meno impervio, in attesa di vedere se e come questa scossa si propagherà anche agli altri livelli del partito.




