La direttiva del Viminale per blindare Aviano e le altre basi Usa: il timore di proteste e il nodo dell’escalation in Medio Oriente
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Redazione Interno
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L’ondata di instabilità che dal Medio Oriente si propaga verso Occidente ha imposto un repentino cambio di passo nelle misure di sicurezza attorno alle installazioni militari strategiche presenti sul territorio nazionale. Il Dipartimento della Pubblica sicurezza, con una circolare indirizzata a tutti i prefetti e questori, ha ordinato un immediato e sostanziale rafforzamento dei dispositivi di vigilanza, concentrando l’attenzione in particolare sulle basi degli Stati Uniti e su quelle infrastrutture, magari meno note all’opinione pubblica, che gravitano nell’orbita della filiera logistica e produttiva legata alla difesa degli alleati. L’escalation che vede contrapposti Israele, Stati Uniti e Iran, con il presidente Trump tornato alla guida della Casa Bianca, non è più uno scenario remoto di cui leggere sui quotidiani, ma una variabile capace di influenzare la quotidianità della sicurezza nazionale, riportando i riflettori su quelle basi – da Sigonella ad Aviano, da Camp Darby alla caserma Ederle – che da decenni costituiscono l’ossatura della presenza militare statunitense in Italia.
Il livello di allerta e lo spettro delle manifestazioni
Se all’interno del perimetro della base di Aviano, dove ha sede il 31st Fighter Wing dell’Usaf, la vita scorre apparentemente secondo la solita routine per le famiglie dei militari che frequentano i market interni, all’esterno il clima è radicalmente cambiato. Le autorità italiane, di concerto con i comandi americani, hanno innalzato il livello di sicurezza sul cosiddetto “Force Protection Condition” al grado “Charlie” – il terzo su una scala di quattro – un evento piuttosto raro che in quattro decenni era scattato solo in poche occasioni, come durante la crisi dei Balcani o quella siriana. È una misura che implica procedure stringenti, controlli a tappeto e una sorveglianza costante, quasi millimetrica, dei dintorni; una mossa precauzionale dettata non tanto dalla paura di un attacco missilistico diretto dall’Iran – ipotesi tecnicamente poco probabile vista la distanza – quanto dal timore, ben più concreto e difficile da prevenire, che l’escalation possa fungere da detonatore per iniziative autonome di matrice antagonistica o antimilitarista.
La direttiva del Viminale, in questo senso, è esplicita: l’acuirsi della crisi potrebbe innescare una ripresa della campagna di protesta a sostegno della causa palestinese, o comunque mobilitazioni in chiave anti-war, che troverebbero proprio davanti ai cancelli delle basi Usa il palcoscenico ideale per manifestare il proprio dissenso. Non è un’ipotesi campata in aria, se si considera che già a metà gennaio, ben prima dell’ultima e più violenta fase dello scontro, un centinaio di manifestanti si era radunato nei pressi della base di Sigonella, in Sicilia, per gridare la propria opposizione a quelle che venivano definite “avamposti di guerra e di morte”. In quell’occasione, nonostante il maltempo, sventolavano bandiere e striscioni contro l’allora amministrazione Trump e il governo Meloni, accusati di alimentare i conflitti in Palestina e non solo; un segnale, evidentemente, che la vigilanza non può limitarsi alla minaccia terroristica in senso stretto, ma deve allargarsi a comprendere il controllo dell’ordine pubblico e la prevenzione di possibili tensioni sociali.
Le basi italiane nella strategia americana e i vincoli giuridici
L’attenzione su questi siti non è però legata unicamente alla possibilità di proteste, ma anche al loro ruolo intrinseco nella macchina bellica occidentale. La base di Aviano, nel pordenonese, non è solo un simbolo: è un nodo logistico e operativo di primaria importanza, da cui, secondo quanto riportato, una decina di F16 del 31esimo Stormo sarebbero già stati trasferiti in Medio Oriente nei giorni precedenti all’aggravarsi della crisi. E mentre i droni MQ-4C Triton decollano e atterrano a Sigonella per missioni di sorveglianza e ricognizione nel Mediterraneo allargato, a sollevare interrogativi nella pubblica opinione e negli addetti ai lavori è la natura stessa di questi movimenti. Fin dove ci si può spingere? Il governo, per bocca del ministro della Difesa Crosetto e del ministro degli Esteri Tajani, ha ripetuto in più occasioni che l’Italia non è in guerra e che l’utilizzo delle basi è soggetto a rigidi accordi bilaterali, primo fra tutti l’Infrastructure Agreement del 1954, che subordina qualsiasi operazione bellica offensiva a un preventivo nulla osta da parte delle autorità italiane.
Le operazioni in corso, viene spiegato, sarebbero di natura logistica e non “cinetica”, ovvero non legate a bombardamenti: ci si muove nella cornice di rifornimenti, supporto e sorveglianza, attività che rientrerebbero nella collaborazione NATO e negli impegni interalleati. Eppure, il fatto che i governi di Spagna e Regno Unito abbiano ricevuto critiche da Washington per aver negato l’uso delle proprie basi, mentre l’Italia si trova oggettivamente al centro di questo scacchiere, rende il confine tra supporto logistico e coinvolgimento diretto più sottile che mai. La presenza di depositi di munizioni a Camp Darby, in Toscana – considerato uno dei più grandi arsenali americani fuori dagli Stati Uniti – e il ruolo del Muos di Niscemi per le comunicazioni satellitari, fanno sì che l’intera penisola sia, volente o nolente, una piattaforma avanzata degli interessi strategici statunitensi nel Mediterraneo e in Nord Africa.
Il ritrovamento bellico e la quotidianità della vigilanza
Mentre la tensione internazionale spinge i funzionari delle prefetture a riunioni straordinarie e a una mappatura dettagliata dei siti a rischio – che include, in provincia di Pordenone, non solo la base ma anche stazioni ferroviarie e persino luoghi di culto – c’è un altro fronte, del tutto inaspettato e paradossale, su cui le autorità locali sono chiamate a intervenire. All’interno dell’area militare di Aviano, giovedì sera, durante i consueti controlli, è stata rinvenuta una bomba inesplosa risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di un ordigno da 100 libbre, sganciato all’epoca proprio dagli americani sull’aeroporto che oggi ospita i loro caccia. La zona sud della base è stata immediatamente isolata e cinturata, mentre gli artificieri del 3° Reggimento Guastatori di Udine stanno valutando le modalità più sicure per procedere al brillamento, un’operazione che richiederà ancora qualche giorno di attenta pianificazione.
Un curioso cortocircuito temporale, questo ritrovamento, che mescola i residuati bellici del secolo scorso con le tensioni geopolitiche del presente. E mentre gli esperti valutano se far brillare l’ordigno in loco o trasportarlo altrove, i sindaci dei comuni limitrofi – Aviano, ma anche Porcia, Fontanafredda, San Quirino e Roveredo in Piano – sono stati coinvolti per coordinare eventuali misure di protezione civile e informazioni alla popolazione, in una gestione dell’emergenza che si intreccia con quella, ben più attuale, dettata dalla paura di attentati. La vigilanza, insomma, si esercita su piani diversi e paralleli: da un lato contro un nemico invisibile e contemporaneo, dall’altro contro l’eredità inerte ma non per questo meno pericolosa di un conflitto passato.




