Il Vangelo di Giuda secondo Giulio Base: al Cinema Massaua la presentazione torinese
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Non c’è stato bisogno di particolari preamboli, ieri sera al Cinema Massaua di Torino, per capire che l’ultimo lavoro di Giulio Base – il quale, va ricordato, è anche il direttore del Torino Film Festival – volesse misurarsi con qualcosa di più di una semplice rilettura della Passione. Si intitola “Il Vangelo di Giuda”, uscirà nelle sale il 2 aprile 2026 distribuito da Filmclub Distribuzione, e già dal titolo si percepisce la cifra di un’operazione che rovescia il punto di vista canone. Il regista, presente in sala, ha raccontato al pubblico la genesi di quest’idea, nata – a suo dire – durante i mesi del lockdown, quando l’isolamento forzato ha finito per trasformarsi in un’occasione di scavo interiore.
Giuda come vittima di un copione divino: le parole del regista
È stato lo stesso Base a spiegare, con un tono dimesso ma deciso, come il personaggio di Giuda Iscariota gli sia progressivamente “salito addosso”. Non tanto come traditore, ma come figura tragicamente priva di scampo: «Se era tutto scritto – ha detto – se anche lui era soltanto uno strumento di questo viatico, che colpa ne aveva?». Una domanda, quest’ultima, che si porta dietro un peso teologico non indifferente, e che il regista ha tradotto in una sorta di compassione laica. «Mi ha intenerito – ha aggiunto – al limite della pietà. Gli era capitata la parte in commedia peggiore». Da lì l’interrogativo sul perché, e da quell’interrogativo la costruzione di una narrazione che insegue l’apostolo maledetto dall’infanzia fino al suicidio.
Una produzione italo-polacca con un cast internazionale
Realizzato tra Italia e Polonia nel corso del 2025, il film dura 93 minuti e si colloca senza troppi indugi nel genere drammatico. A sostenerlo, un cast che mescola volti celebri a esordienti: c’è l’attore Vincenzo Gallusso, sorprendentemente scelto per interpretare Gesù, e poi Paz Vega, Rupert Everett, Abel Ferrara (più noto come regista che come interprete), John Savage e Darko Peric. Ma è la voce di Giancarlo Giannini, fuori campo e insieme dentro la scena, a fare da contrappunto narrativo. Una voce che si leva nel momento più buio della sequenza iniziale, quando un uomo dal mantello nero – stringendo una corda tra le mani – corre verso un bosco. «Dicono che prima della morte rivedi tutta la tua vita…», sussurra Giannini, e quella frase diventa subito la chiave di volta dell’intero impianto.
Dall’infanzia violenta all’incontro con Gesù: l’arco narrativo
Base ha costruito il racconto come un lungo arco che parte dalla marginalità più cruda. Giuda bambino cresce in un contesto segnato da violenza e rifiuto; la sua evoluzione lo porta progressivamente verso la figura di Gesù, fino all’ingresso tra i discepoli. Non c’è agiografia, in questo percorso, ma nemmeno compiacimento per il tradimento. Anzi, il regista torinese evita qualsiasi giudizio moraleggiante e si concentra sugli snodi esistenziali: l’amicizia che diventa invidia, la fedeltà che si trasforma in strumento di un destino già scritto. In una delle scene centrali, il volto di Cristo (Gallusso) sembra quasi chiedere a Giuda di compiere il gesto, come se senza quel bacio la Passione non potesse compiersi. Una suggestione, certo, ma che Base non ha paura di mostrare senza filtri.
La corda e il silenzio: la morte di Giuda come atto di coscienza
L’epilogo, quello che il pubblico ha potuto intuire già dalle prime battute del film, non concede facili redenzioni. Dopo la crocifissione, il cielo plumbeo e la fuga nel bosco, la corda diventa l’unica risposta possibile per un uomo che ha capito di essere stato un ingranaggio. Il che penzola – inquadrato con rispetto, senza alcun dettaglio esplicito – chiude il cerchio di una riflessione sulla colpa e sulla predestinazione. E qui sta forse l’operazione più ambiziosa di Giulio Base: non assolvere Giuda, ma restituirgli quella complessità che i Vangeli canonici hanno spesso schiacciato in poche righe. Il silenzio che segue, prima dei titoli di coda, è quello di una sala che ha appena visto rovesciare la “più grande storia mai raccontata” senza mai cadere nella provocazione fine a se stessa.




