Leone XIV in Algeria: «Non sono un politico, parlo di Vangelo»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione, palpabile a bordo del volo papale diretto ad Algeri, si è sciolta solo quando il Pontefice, circondato da una settantina di giornalisti, ha risposto con una pacatezza quasi straniante agli attacchi verbali senza precedenti del presidente americano Trump. Interpellato sulla bordata lanciata dal capo della Casa Bianca – che lo aveva definito “debole” sul fronte della criminalità e “terribile” in politica estera – Leone XIV ha scelto la via del disimpegno polemico, limitandosi a osservare che il messaggio evangelico non dovrebbe essere abusato come alcuni stanno facendo. “Non voglio entrare in un dibattito con lui”, ha tagliato corto il Papa, americano come Trump ma proveniente da una Chicago lontana anni luce dalla retorica della MAGA, chiarendo una volta per tutte che il suo ruolo non è quello di un politico. Del resto, questo terzo viaggio apostolico internazionale – destinazione Africa, con tappe in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – non è mai stato pensato come una replica mediatica alle provocazioni.

La messa storica ad Annaba e il “figlio di Agostino”

Nel pomeriggio, il fulcro dell’attenzione si è spostato dalla geopolitica alla liturgia: alle 15.30, ora locale, Papa Leone ha presieduto la celebrazione eucaristica nella Basilica di Sant’Agostino ad Annaba, l’antica Ippona. Si tratta di un evento che gli appassionati di storia della chiesa attendevano da secoli, visto che nessun Pontefice, prima d’ora, aveva mai varcato la soglia di questo santuario costruito in omaggio al Dottore della Grazia. Ed è qui, tra le navate che dominano la città dall’alto di una collina affacciata sul mare, che riposa il reliquiario più prezioso: la statua in pietra di Barbentane del vescovo di Ippona, al cui interno è custodita l’ulna del suo braccio destro, collocata nella sede anatomica originale. Per Leone XIV, che appartiene all’Ordine agostiniano, entrare in questo luogo significa calcare la terra del “padre” spirituale; un pellegrinaggio che, come ha ricordato monsignor Guillaud, la gente del posto aveva profetizzato sin dal giorno della sua elezione, quando il nuovo Papa si era presentato come “figlio di Agostino”.

Un ponte contro l’odio nel deserto del Sahara

Ma la portata del gesto pontificio, in questa terra a maggioranza musulmana, supera di gran lunga i confini della cristianità. La Basilica di Sant’Agostino non è solo un luogo di culto per i pochi cattolici rimasti – una manciata di studenti subsahariani, migranti di passaggio e operai stranieri – ma rappresenta un crocevia simbolico dove musulmani e persino ebrei si recano in pellegrinaggio, attratti dalla figura di un filosofo che ha segnato il pensiero occidentale. Durante la sua omelia, o forse in una delle note di commento diffuse dalla sala stampa, è emerso con forza il concetto che guida questo viaggio: Leone sta tracciando un ponte contro ogni odio, sfruttamento, egoismo e diseguaglianza, capace addirittura di trasformare il deserto del Sahara e il Mediterraneo – spesso tomba liquida di disperati – in vie d’incontro. Non è un caso, del resto, che la visita alla Casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri, avvenuta poche ore prima della messa, abbia incluso anziani bisognosi senza distinzione di fede.

Preparativi e attesa per l’evento nella culla del cristianesimo nordafricano

Ad Annaba, città che per la prima volta vede un successore di Pietro calpestare il suo suolo, i preparativi sono ferventi. Sulla collina che ospita la basilica – e il vicino sito archeologico di Ippona, dove Agostino visse e operò per oltre trent’anni fino alla morte nel 430 – si respira un’aria di attesa solenne. Sebbene la capienza massima tra interno della chiesa e sagrato non superi le ottocento persone, il significato dell’evento è gigantesco: per la piccola comunità cristiana locale, composta da poche centinaia di fedeli sparsi in una diocesi vastissima, la presenza del Papa rappresenta un conforto e una testimonianza. “Non siamo qui per convertire il popolo algerino – ha spiegato il vescovo – ma per sostenere i cristiani e vivere legami fraterni con i musulmani”. Con questa messa, che conclude la giornata algerina prima del rientro del Pontefice nella capitale, Leone XIV ha voluto ribadire che la fede, quando è autentica, non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire, neppure quando dall’altra parte dell’oceano qualcuno la sta “abusando” per fini politici.

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