Leone XIV in Algeria: quel filo rosso tra il Mediterraneo e il deserto che unisce i popoli
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Redazione Esteri
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“Ho visto come gli algerini lo hanno accolto, con amore, con compassione e con gioia. Non avevo mai visto nulla del genere da quando sono nata”. La testimonianza, raccolta al seguito del Pontefice, restituisce il clima che ha avvolto la storica visita di Leone XIV in Algeria. Un’esperienza unica, quella descritta dalla fedele, che ha potuto toccare con mano quella che l’arcivescovo di Tunisi, Nicolas Lhernould, non ha esitato a definire una “medicina di pace”. Il presidente della Conferenza episcopale del Nord Africa (Cerna), tracciando un bilancio al termine dell’incontro con i media vaticani, ha sottolineato come l’intera giornata sia stata pervasa da un filo rosso ben preciso: la centralità di Dio, unico antidoto – nelle parole del presule – alla logica della prepotenza che troppo spesso alimenta i conflitti.
Il viaggio del “pellegrino di pace”
Il Pontefice, arrivato nella ex Ippona (l’odierna Annaba), ha scelto con cura i toni del suo messaggio, improntandoli all’unità e al valore del servizio. Massimiliano Menichetti, inviato al seguito del Papa, ne ha descritto l’approccio come un netto rifiuto di quelle dinamiche di potere che invece, troppo spesso, generano guerre. Se da un lato l’Algeria si presenta come una terra segnata da una storia dolorosa (fatta di violenze e lacerazioni), dall’altro il Santo Padre l’ha indicata come un modello virtuoso di riscatto: “Un popolo mai sconfitto dalle sue prove, perché radicato in quel senso di solidarietà e accoglienza”. È questa la base su cui, secondo Leone XIV, si può costruire una società autenticamente fraterna, lontana tanto dal fondamentalismo quanto da quella secolarizzazione che svuota il senso del sacro.
Sant’Agostino e i martiri come fondamento
Le parole del Pontefice sono riecheggiate con particolare forza nella basilica di Nostra Signora d’Africa, un luogo simbolico dove cristiani e musulmani condividono la devozione per Maria. Proprio qui, la memoria dei diciannove martiri (uccisi durante il “decennio nero” della guerra civile) è tornata a parlare al presente. “Di fronte all’odio e alla violenza, sono rimasti fedeli alla carità”, ha ricordato il Papa, citando l’esempio di Fratel Luc, il monaco medico che scelse di non abbandonare i suoi pazienti anche quando la morte era ormai certa. Ma la riflessione è andata ancora più indietro nel tempo, abbracciando l’eredità di sant’Agostino, il dottore dell’amore nato proprio in questa terra. La sua voce, insieme a quella di santa Monica, rappresenta un “richiamo luminoso” a essere segni credibili di dialogo, un ponte ideale che lega indissolubilmente la storia della Chiesa al futuro del continente africano.
Un crocevia geografico e spirituale
Lo sguardo del Papa, durante le sue tappe, non si è fermato solo ai confini del Paese. Ha abbracciato l’intero Mediterraneo e il Sahara, definendoli “luoghi di incontro e non di divisione”. Una visione profetica, questa, che restituisce all’Algeria il ruolo di cerniera naturale tra culture e fedi diverse. “Mare e deserto non siano cimiteri dove muore la speranza”, ha ammonito il Pontefice, lanciando un messaggio implicito contro la tratta dei migranti e le nuove forme di colonialismo economico. La società civile algerina, forte della sua tradizione di ospitalità (espressa anche dalla “sadaka”, l’elemosina intesa come giustizia), è stata invitata a farsi protagonista di un nuovo corso della storia, opponendosi a chi specula sulla vita altrui. In un momento storico in cui le guerre sembrano normalizzarsi, l’invito alla fraternità lanciato dal Papa si configura non come una semplice dichiarazione d’intenti, ma come una necessità pratica per la sopravvivenza stessa dell’umanità.




