Il caso Minetti e il silenzio dell’opposizione: dalla furia alla prudenza in quarantotto ore

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Per due giorni le agenzie di stampa – quelle che solitamente scandiscono il ritmo della narrazione politica – hanno letteralmente riversato fiumi di commenti fulminanti sulla vicenda, tutt’altro che trasparente, legata alla grazia concessa a Nicole Minetti. Poi, improvvisamente, ieri il quadro si è desertificato. L’irruenza verbale che aveva caratterizzato le prime reazioni ha ceduto il passo a una cautela quasi ostentata, come se qualcuno, all’interno degli stessi schieramenti, avesse premuto un interruttore per abbassare i decibel. Dall’opposizione, insomma, non solo non insistono più sul guardasigilli Nordio, ma addirittura frenano qualsiasi tentazione di trasformare il caso in uno scontro diretto con il governo.

La svolta dimessa del Pd e il silenzio dei pentastellati

“La confusione è tanta: bisogna capire meglio”, confidano dallo stato maggiore del Partito Democratico. Una frase, questa, che suona come una doccia fredda per chi si aspettava una battaglia senza esclusione di colpi. E non si tratta solo di tattica: persino i cosiddetti *descamisados* del Movimento 5 Stelle, quelli che in passato non si sono mai tirati indietro davanti a una polemica giudiziaria, hanno improvvisamente abbassato la voce. Nessuna richiesta di audizioni parlamentari, nessuna interpellanza urgente. Solo un cauto “approfondiamo”. A consigliare prudenza sono diversi elementi, alcuni dei quali affiorati proprio nelle ultime ore. Su tutti, le verifiche avviate dalla Procura di Milano sulla cosiddetta “vita nuova” della Minetti tra Ibiza e Uruguay, con un focus specifico sulle pratiche di adozione che avrebbero rappresentato uno dei presupposti della grazia firmata a febbraio scorso dal Quirinale.

Le carte consegnate e l’ombra della procura

I legali dell’ex consigliera regionale lombarda, infatti, hanno trasmesso alla Procura generale di Milano tutti gli atti relativi alla procedura di adozione portata avanti in Uruguay insieme al compagno Giuseppe Cipriani. Un gesto, quello della consegna spontanea, che da solo dice molto: si tenta di anticipare le mosse dell’accusa, fornire una versione preventiva dei fatti. L’affido del bambino – assieme alla condotta effettivamente tenuta dalla coppia negli anni trascorsi in Sudamerica – è quanto stanno approfondendo gli uffici del tribunale di Milano, i quali hanno peraltro richiesto la collaborazione delle autorità uruguaiane. Non si tratta, va detto, di un’inchiesta penale aperta nei confronti della Minetti per i fatti oggetto della grazia, bensì di accertamenti sulla correttezza delle dichiarazioni che hanno portato al provvedimento presidenziale.

Le voci del dibattito e un silenzio che pesa

Tra i pochi ad aver rotto il muro di gomma c’è Lucia Annunziata, che ha lasciato intendere come “forse la macchina del Quirinale si è un po’ addormentata”. Un’uscita, la sua, che non ha trovato però un seguito compatto nel centrosinistra. Più lineare la posizione di Augusta Montaruli (“Il governo non può avere una responsabilità in questo procedimento”) e persino Giorgia Meloni – che pure ha dichiarato di fidarsi del ministro Nordio per quanto riguarda la conferma della grazia – sembra voler tenere il dossier a debita distanza dalle polemiche quotidiane. Resta il fatto che la Procura, in queste ore, sta acquisendo elementi anche al di là di inchieste giudiziarie non riscontrate, concentrandosi sulla ricostruzione della permanenza sudamericana della coppia. I legali della Minetti parlano apertamente di “ricostruzioni false” e hanno già messo nero su bianco le proprie controdeduzioni. Ma il clima, almeno a livello politico, non è più quello dell’indignazione a prescindere.

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