La grazia sospesa, i buchi nell’adozione e le ombre dell’Uruguay: tutti i nuovi accertamenti su Nicole Minetti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura generale di Milano ha avviato verifiche supplementari sulla documentazione relativa all’adozione del figlio di Nicole Minetti in Uruguay, un tassello che era stato decisivo per ottenere la grazia presidenziale. I magistrati, coordinati dalla procuratrice generale Francesca Nanni e dal sostituto Gaetano Brusa, stanno acquisendo la sentenza del tribunale di Maldonado risalente al 15 febbraio 2023 – quella che ha certificato la regolarità dell’iter adottivo – per accertarne la veridicità, dopo che alcune inchieste giornalistiche hanno sollevato dubbi sulla regolarità dell’intera procedura. Lo stesso ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha dovuto incassare le critiche dell’opposizione, mentre da palazzo Chigi arriva una netta linea di protezione: la premier Giorgia Meloni ha escluso le dimissioni del guardasigilli, ribaltando in parte la polemica contro chi, secondo lei, cerca un capro espiatorio nel governo.

«Altamente irregolare»: cosa si contesta all’iter sudamericano

La ricostruzione degli eventi, così come emerge dagli atti e dalle verifiche in corso, descrive un percorso giudiziario anomalo. Secondo quanto riportato dai media uruguaiani – in particolare dalla rete Telenoche e dal quotidiano La Diaria – l’istituto per l’infanzia (Inau) avrebbe gestito il caso del bambino senza rispettare l’ordine di prelazione previsto per le adozioni, classificandolo come eccezionale. Le lancette dell’orologio scorrono veloci: la coppia formata da Minetti e da Giuseppe Cipriani, dopo aver svolto attività di volontariato e donazioni all’ente, ha ottenuto l’affidamento temporaneo nel dicembre del 2020, per poi arrivare all’adozione definitiva tre anni più tardi. E qui s’insinua il nodo più spinoso: il bambino non sarebbe orfano, come forse era stato rappresentato in sede di richiesta di clemenza, ma avrebbe genitori biologici viventi – una madre della quale, a metà febbraio – proprio mentre si perfezionava la pratica della grazia – si sono perse le tracce, e una coppia che subì la «separación definitiva» della potestà genitoriale per volontà del tribunale. La difesa di Minetti, per voce degli avvocati Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra, ha già trasmesso alla procura generale l’intera documentazione giudiziaria e amministrativa utile, sostenendo che l’iter si è concluso «a seguito del completamento delle procedure previe» e che ogni contestazione mediatica sarebbe falsa e lesiva.

I fantasmi delle indagini incrociate e il «cappio» dell’Interpol

Non è solo l’adozione a finire sotto la lente d’ingrandimento della procura generale. I pubblici ministeri milanesi, con il supporto dell’Interpol, stanno setacciando il passato dell’ex consigliera regionale e igienista dentale di Arcore per capire se negli ultimi anni siano penditi procedimenti penali a suo carico in Spagna o in Uruguay, elementi che avrebbero potuto inficiare il presupposto della «radicale distanza dal passato». Dai primi accertamenti effettuati mesi fa – quelli che portarono a un parere positivo (non vincolante) sulla grazia – la Minetti risultava incensurata all’estero; ma oggi, alla luce di nuovi elementi e della pressione politica che ha investito il caso, i magistrati vogliono vederci chiaro, allargando la ricerca a eventuali tracce lasciate a Ibiza o nella località di La Barra, dove la coppia possiede un ranch. Un’ombra lunga, quella che avvolge il «guardrail» umanitario che aveva giustificato il provvedimento del capo dello Stato: se queste verifiche dovessero dimostrare che i documenti prodotti erano falsi o che il quadro esistenziale rappresentato non corrisponde al vero, la procura generale potrebbe modificare il proprio avviso e aprire una strada inedita – quella della possibile revoca della grazia firmata da Sergio Mattarella.

Meloni para colpi a Nordio, ma l’esecutivo trema

A livello politico, l’urto è violento e diretto. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha telefonato al ministro Nordio per ricostruire l’iter burocratico che ha portato alla concessione della grazia, escludendo recisamente l’ipotesi di un suo passo indietro. «Se è vero quello che emerge dall’inchiesta giornalistica, qualcosa manca, ma questo non è un lavoro che fa il ministero – ha detto la premier – le indagini le fa la magistratura». Una frase, quest’ultima, che nelle intenzioni cerca di spostare il fuoco sugli uffici giudiziari che avevano istruito la pratica, scongiurando l’idea di un errore politico a Palazzo Chigi. La tensione, però, resta altissima: la vicenda legata all’ex valletta di “Striscia la notizia” – condannata a un cumulo di 3 anni e 11 mesi tra il processo Ruby ter e Rimborsopoli – rischia di trasformarsi in un boomerang per un’amministrazione che non può permettersi crepe sul fronte della legalità percepita.

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