L’affondo di Teheran tra droni su Dubai e il petrolio che continua a scorrere
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Redazione Esteri
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L’escalation in Medio Oriente ha assunto i contorni di una guerra multidimensionale, dove gli attacchi frontali si intrecciano con una guerra economica sotterranea e l’uso di tecnologie belliche avanzate. Nelle ultime ore, l’Iran ha portato il conflitto direttamente nel cuore pulsante degli Emirati Arabi Uniti, con un’azione che ha visto due droni cadere nelle vicinanze dell’aeroporto internazionale di Dubai, scalo nevralgico per il traffico passeggeri globale, causando il ferimento di quattro persone. Non si è trattato di un episodio isolato, bensì di una campagna coordinata che ha preso di mira anche il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, dove una nave portacontainer e una bulk carrier sono state colpite da proiettili non identificati al largo delle coste degli Emirati e dell’Oman, con un terzo mercantile che ha riportato un incendio a bordo domato dall’equipaggio. Le difese saudite, nel frattempo, hanno intercettato droni diretti verso il giacimento petrolifero di Shaybah e sette missili balistici lanciati contro la regione orientale del Regno, una regione che ospita infrastrutture energetiche criticali e basi militari utilizzate dalle forze della coalizione.
La strategia della tensione e l’arma del greggio
Questo stillicidio di raid, che ha fatto suonare le sirene d’allarme dal Bahrein al Kuwait, risponde a una logica precisa da parte di Teheran: colpire gli alleati degli Stati Uniti e di Israele per dimostrare la capacità di ritorsione nonostante la pressione militare subita. Le forze americane, dal canto loro, hanno confermato l’uso operativo per la prima volta in combattimento del Precision Strike Missile (PrSM), un nuovo missile balistico a corto raggio lanciato dai sistemi HIMARS, impiegato nell’ambito dell’operazione Epic Fury per attacchi in profondità contro obiettivi iraniani, segnando un salto di qualità nella capacità di penetrare le difese avversarie grazie alla sua traiettoria e velocità. Parallelamente allo scontro militare, però, prosegue silenziosa la partita dell’energia. Nonostante le sanzioni, definite ora di “massima pressione” dall’amministrazione Trump, l’Iran continua a esportare greggio e prodotti raffinati eludendo i blocchi navali. Le stesse agenzie di monitoraggio del traffico mercantile segnalano che, sebbene il flusso ordinario sia drammaticamente calato, alcune petroliere legate a interessi iraniani stanno attraversando lo Stretto di Hormuz in “navigazione oscura”, con i sistemi di localizzazione spenti, per consegnare carichi a compratori per lo più asiatici, dimostrando la resilienza di una rete commerciale costruita su triangolazioni e intermediari. L’attività ripresa dal terminal di Jask, nel Golfo di Oman, conferma questa volontà di mantenere aperto un canale di esportazione vitale per le casse di Teheran.
Un arsenale profondo e la fatica logistica
La capacità di Teheran di sostenere attacchi su più fronti, dagli Emirati a Israele passando per le basi americane in Iraq, poggia su un arsenale costruito negli anni e celato in imponenti basi sotterranee. Secondo le stime dell’intelligence israeliana, prima dell’inizio delle ostilità l’Iran disponeva di un inventario di circa 2.500 e 3.000 missili balistici, oltre a migliaia di droni di tipo Shahed, spesso definiti le “munizioni vaganti” di questo conflitto. Tuttavia, la pressione incessante delle forze israelo-americane, che hanno condotto migliaia di sortite e colpito quasi duemila obiettivi, sta mostrando i primi segni di cedimento in questa logistica bellica. I dati diffusi dal Comando Centrale americano indicano un rallentamento significativo nei lanci: le salve missilistiche iraniane sono meno frequenti e meno copiose rispetto alle prime fasi del conflitto, con una diminuzione dei lanci di missili balistici che avrebbe toccato punte dell’86%. La difficoltà per Teheran non risiede tanto nella mancanza di ordigni in assoluto, quanto nella crescente difficoltà a rigenerare le scorte in tempi brevi e a coordinare attacchi complessi sotto una sorveglianza aerea ormai pervasiva, che neutralizza le postazioni mobili non appena queste si preparano al fuoco.
Il fronte marittimo e l’economia globale nel mirino
L’estensione degli attacchi al settore marittimo rappresenta un ulteriore tassello della strategia iraniana volto a massimizzare l’impatto economico del conflitto. Colpendo mercantili nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale, o minacciando obiettivi civili come il grande aeroporto di Dubai, l’Iran cerca di innescare una reazione a catena sui prezzi dell’energia e sulla fiducia degli investitori, sperando che il dolore economico globale possa tradursi in pressioni politiche su Washington e Gerusalemme per fermare le ostilità. Le compagnie energetiche della regione, come la QatarEnergy e i produttori kuwaitiani, hanno già dovuto dichiarare la force majeure o fermare parzialmente la produzione a causa dell’insicurezza. La risposta degli Stati Uniti, oltre ai raid mirati, si è concretizzata in nuove sanzioni finanziarie che colpiscono la cosiddetta “flotta ombra” di petroliere, società di comodo e individui coinvolti nella vendita di petrolio e nella produzione di droni, un tentativo di strangolare ulteriormente i flussi di denaro che alimentano la macchina da guerra dei Guardiani della Rivoluzione.




