Annamaria Bernardini De Pace, l’avvocata che vive sotto scorta: “Molti mi vorrebbero morta”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’autobiografia, edita da Bdp e distribuita in allegato con il settimanale “Gente”, si intitola “Sentimenti e sentenze – autobiografia di false verità” e arriva in un momento, questo sì, particolarmente significativo per la carriera della legale. A 78 anni compiuti il 23 aprile, Annamaria Bernardini De Pace – il volto noto al grande pubblico per il ruolo di giudice arbitro a “Forum” – non si limita a ripercorrere i casi giudiziari che l’hanno resa celebre, ma scende nel dettaglio di una quotidianità segnata dalla paura. Una paura, quella raccontata senza filtri, che affonda le radici in due decenni di minacce ricevute proprio in virtù del suo lavoro da matrimonialista dei VIP; una professione, la sua, che l’ha messa in contrasto con figure potenti e che, come lei stessa ha più volte ribadito tra le righe del memoir, l’ha costretta a rinunciare alla libertà più elementare: uscire di casa da sola.
Una professionista sotto scorta e la “bomba” sul pianerottolo
Per comprendere la genesi di questo testo, occorre partire da un dato di fatto: Bernardini De Pace vive sotto scorta privata da diciotto anni. Una misura di sicurezza, quest’ultima, che si è resa necessaria dopo il ritrovamento di un ordigno rudimentale posizionato proprio fuori dalla porta della sua abitazione, un episodio che la cronaca dell’epoca definì come un avvertimento esplicito. “Da 18 anni esco sempre col mio autista, non sono mai sola”, ha confessato l’avvocata, spiegando come questa condizione di isolamento coatto sia il prezzo da pagare per aver toccato interessi delicati. Nel volume, così come nelle interviste rilasciate per promuoverlo – inclusa quella recente al “Corriere della Sera” – emerge il ritratto di una professionista che ha deciso di non abbassare la testa, nonostante la consapevolezza che “molta gente mi vorrebbe morta”. L’incrollabile fiducia nella giustizia, che traspare da ogni capitolo del libro, rappresenta per lei l’unico baluardo contro la violenza sommersa di chi si è sentito tradito dalle sue sentenze negoziali.
L’eredità di Montanelli e la difesa di Raoul Bova
Il titolo scelto per l’opera, d’altronde, gioca volutamente sull’ossimoro tra l’empatia e il rigore legale. A suggerirle la strada del diritto di famiglia, però, non fu un caso ma un consiglio di Indro Montanelli, figura che ha segnato la sua formazione intellettuale quando lei lavorava come giornalista. Fu proprio il grande direttore a profetizzarle che i divorzi sarebbero aumentati e che quella sarebbe stata la sua strada verso il successo; una profezia avveratasi, visti i clienti eccellenti che ha gestito, dalle separazioni di Al Bano e Romina Power fino a quella, più recente, tra Francesco Totti e Ilary Blasi. Non manca, nell’economia del racconto autobiografico, il riferimento alla scelta – per molti versi controcorrente – di difendere l’ex genero, l’attore Raoul Bova, in un processo che lo vedeva vittima di un tentativo di estorsione. Nonostante i dissapori legati alla fine del matrimonio con la figlia Chiara, Bernardini De Pace è scesa in campo per tutelarlo, definendolo “una delle persone più buone al mondo” ed elogiandone la scelta di non cedere al ricatto.
Bullismo, molestie e un amore libero dal “vizio del possesso”
Oltre alle aule dei tribunali e alle telecamere, “Sentimenti e sentenze” rivela un lato inedito e profondamente umano della sua autrice. Vi si racconta, con schiettezza disarmante, del bullismo subito in collegio – dove veniva chiamata “terrona e tettona” – e di come lei stessa riuscì a disarmare i bulli offrendosi di fare i compiti per tutti. Ma c’è di più: l’avvocata ha avuto il coraggio di rivisitare episodi di molestie subite in gioventù, tra cui una subita da un uomo politico di destra dieci anni fa e un’altra risalente all’età di 12 anni, raccontate come capitoli di una vita spesa a combattere le ingiustizie senza però mai assumere il ruolo della vittima. Sul versante sentimentale, a fare da contrappunto alla durezza delle cronache giudiziarie è la figura di Dino, il compagno più giovane di quindici anni (con cui ha un rapporto da vent’anni). Di lui, l’autrice scrive senza mai cadere nella retorica melensa: ne esalta la capacità di mantenere vivo il mistero, ammettendo candidamente di non sapere nemmeno se lui sia sposato, perché nel suo codice relazionale “non chiedo, non controllo e soprattutto non possiedo”. Una filosofia, quest’ultima, che sembra applicare anche al proprio passato, rivendicando senza ipocrisie il diritto a una sessualità libera anche dopo i cinquant’anni, come quando racconta di essersi concessa un rapporto in macchina con uno sconosciuto.




