Cile, dopo la vittoria di Kast si riaprono i conti con l'era Pinochet
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Redazione Esteri
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Con un margine netto, che supera i sedici punti percentuali, José Antonio Kast ha conquistato la presidenza del Cile, battendo al ballottaggio la candidata della coalizione di sinistra Jeannette Jara. Un risultato, quello di domenica 14 dicembre, che non segna solamente un alternarsi di maggioranze ma rappresenta una frattura profonda nella storia recente del paese andino, riportando in primo piano, dopo decenni, l'eredità politica e ideologica del regime militare di Augusto Pinochet. L'ascesa di Kast, noto per le sue dichiarazioni che rivalutano la dittatura, interrompe infatti il lungo ciclo di governi di centro-sinistra e riconnette i fili con una destra che non aveva mai pienamente abbandonato il suo retroterra autoritario, riuscendo ora a coagulare un consenso trasversale fatto di delusione per la precedente amministrazione, paura per l'instabilità sociale e una ritrovata capacità di mobilitazione delle frange più conservatrici della società.
Un panorama politico radicalmente mutato
Il successo del leader del Partito Repubblicano, il quale ha più volte definito Pinochet un "uomo di Stato", si inserisce in un quadro globale di ascesa di forze nazionaliste e ultraconservatrici, trovando un immediato punto di sintonia con il vicino argentino Javier Milei. La visita a Buenos Aires, avvenuta a poche ore dalla proclamazione dei risultati, ha sancito un'inedita alleanza tra i due presidenti, destinata a ridisegnare gli equilibri regionali. Da quell'incontro è emersa anche la volontà di una collaborazione così stretta da contemplare il passaggio di un alto funzionario da un governo all'altro, come nel caso del vice ministro dell'Economia argentino, il cileno José Luis Daza, che avrebbe ricevuto una formale offerta per entrare nel futuro gabinetto di Kast. Questi gesti, al di là del loro contenuto concreto, segnalano l'intenzione di creare un blocco coeso, che si propone come antagonista rispetto ai modelli politici tradizionali.
L'ombra lunga del passato sulla cronaca nera
La vittoria elettorale riaccende inevitabilmente i riflettori su uno dei periodi più bui del Cile, quello della dittatura militare instaurata dal colpo di Stato del 1973, durante il quale migliaia di persone furono vittime di persecuzioni, sparizioni forzate e violenze sistematiche. Le indagini giudiziarie, portate avanti con fatica negli anni, hanno più volte dovuto fare i conti con l'ostruzionismo e con la distruzione di prove, come nel caso emblematico del 1978, quando la scoperta dei resti di quindici desaparecidos in una fornace portò alla riesumazione e alla conseguente eliminazione di centinaia di corpi, gettati nell'oceano o fatti sparire nelle viscere dei vulcani. Quel passato, mai veramente sanato, torna ora a essere un campo di battaglia della memoria collettiva, mentre la magistratura continua il suo lavoro per attribuire le responsabilità di crimini che, per molti, restano una ferita aperta.
La sinistra di fronte a un bivio storico
Per le forze che si riconoscono nell'esperienza della sinistra cilena, sconfitta in modo tanto netto, si apre una fase di profonda riflessione e di necessaria ricostruzione. La coalizione che aveva governato il paese, e che includeva il Partito Comunista di Jara, non è riuscita a interpretare fino in fondo le nuove paure e i bisogni di ampi settori della popolazione, lasciando spazio a una narrativa semplificatrice che ha fatto leva sulla sicurezza e sull'ordine. Il risultato delle urne impone dunque un ripensamento radicale, che parta dalla capacità di proporre un progetto credibile e unitario, senza il quale il rischio è quello di un prolungato isolamento. La sfida, adesso, è ripartire dalle basi, riconnettendosi con quel tessuto sociale che sembra essersi allontanato, mentre il nuovo governo si prepara a tradurre in politiche concrete un programma che promette di cancellare molte delle riforme degli ultimi anni.




