La “punizione” di Trump passa per le Falkland: nel mirino l’asse Londra-Madrid
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Redazione Esteri
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La diplomazia mondiale si trova a fare i conti con un nuovo, destabilizzante scenario tracciato da un’email interna del Pentagono, il cui contenuto – rivelato dall’agenzia Reuters – ha già innescato reazioni a catena tra le capitali europee. Il documento, redatto dai vertici del Dipartimento della Difesa, ipotizza un inasprimento della linea americana nei confronti di quegli alleati Nato giudicati “difficili” nel contesto del conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran; una fronda che include, in modo piuttosto esplicito, Regno Unito e Spagna. Mentre Londra si trova a dover difendere la propria sovranità a migliaia di chilometri di distanza, nell’Atlantico del Sud, per Madrid si profila lo spettro di una sospensione dall’Alleanza Atlantica, un’evenienza che i trattati fondativi – come sottolineato da più parti – non sembrano contemplare ma che l’amministrazione Trump intende usare come leva di pressione.
La mossa più clamorosa, quella che ha riacceso i riflettori su una ferita geopolitica mai del tutto rimarginata, riguarda il destino delle isole Falkland – chiamate Malvinas dagli argentini – che il presidente americano avrebbe messo sul piatto come merce di scambio per punire il premier Keir Starmer. L’ipotesi, contenuta nelle bozze del Pentagono visionate da Reuters, suggerisce una riconsiderazione del supporto diplomatico storico degli Stati Uniti al possesso britannico del territorio, un gesto che asseconderebbe le ambizioni dell’alleato sudamericano Javier Milei. La porta aerea attraverso cui entra questa minaccia è la frustrazione della Casa Bianca per il mancato sostegno logistico nella gestione dello Stretto di Hormuz: se Londra ha concesso un uso limitato delle proprie basi solo per azioni difensive, rifiutandosi di partecipare attivamente agli attacchi, Madrid ha invece opposto un netto rifiuto, negando persino il sorvolo delle proprie basi aeree per le operazioni contro Teheran.
Mentre il portavoce di Downing Street ribadiva con una certa secchezza che “la sovranità delle isole appartiene a noi e il diritto all’autodeterminazione degli abitanti è fondamentale”, rifiutando di scendere in una mediazione verbale con la Casa Bianca, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha liquidato la vicenda con un lapidario “non lavoriamo con le email, ma con documenti ufficiali”. Sanchez, che ha ribadito la “collaborazione totale ma sempre nel quadro della legalità internazionale”, sembra intenzionato a non cedere al ricatto, forte del fatto che il Trattato di Washington non prevede meccanismi di espulsione per i membri dell’Alleanza. Eppure, il Pentagono, attraverso la voce della portavoce Kingsley Wilson, ha reso noto che “il Dipartimento della Guerra fornirà al presidente opzioni credibili per garantire che i nostri alleati smettano di essere tigri di carta e facciano la loro parte”.
Nel mirino di questa riorganizzazione forzata dei rapporti transatlantici – una linea che Donald Trump, ormai insediato alla Casa Bianca da più di un anno, sta portando avanti senza particolari timidezze – finisce quindi la lealtà stessa dei partner storici. Da una parte, la prospettiva di rivedere la neutralità statunitense sulle Falkland rappresenta un regalo diplomatico non indifferente per Buenos Aires, dove il presidente Milei ha accolto la notizia con entusiasmo, scommettendo su una riapertura delle trattative. Dall’altra, l’ipotesi di sospendere la Spagna dall’area Nato, sebbene tecnicamente quasi irrealizzabile senza una modifica dei trattati, serve a Trump come segnale forte per ridimensionare le ambizioni europee in seno all’Alleanza.
Quel che emerge con chiarezza, analizzando il memorandum, è la volontà di legare i diritti di accesso, basi e sorvolo (ABO) – ritenuti dal Pentagono “il baseline minimo assoluto” per la Nato – a una fedeltà incondizionata agli interessi strategici di Washington nel Golfo. In questo gioco di poker, le Falkland diventano una pedina sul tavolo: un modo per colpire il Regno Unito nel suo orgoglio nazionale e post-imperiale, facendo leva su una disputa territoriale che nel 1982 costò decine di vite umane. La risposta di Londra è stata per ora misurata ma ferma, con i reduci della guerra del 1982 che guardano con amarezza a questa strumentalizzazione, mentre il Dipartimento di Stato americano – in una parziale retromarcia – ha ribadito una “posizione di neutralità” sul possesso delle isole, pur riconoscendo di fatto l’amministrazione britannica sul territorio.
Spagna e il rischio di una rottura
Il caso spagnolo, poi, illumina le contraddizioni interne alla Nato in modo ancora più crudo. Sanchez ha rifiutato di impugnare le armi contro l’Iran, scelta che Trump ha etichettato come sleale. L’opzione di sospendere Madrid dai vertici decisionali (o addirittura dall’Alleanza) sarebbe però priva di fondamento legale, come ammesso dagli stessi funzionari Nato; eppure, la sola diffusione di questa idea via email – magari per bocca di Elbridge Colby, alto funzionario del Pentagono – dimostra come l’amministrazione sia disposta a superare le Convenzioni pur di imporre la propria linea. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha aggiunto carburante al fuoco deridendo gli alleati europei, rei di tenere “conferenze di lusso” mentre lo Stretto di Hormuz viene militarizzato, e suggerendo che “qui si tratta molto più della loro battaglia che della nostra”.
Il fronte sudamericano e il ruolo di Milei
Senza un’azione diplomatica immediata, la tensione rischia di cristallizzarsi in uno stallo pericoloso. Per l’Argentina di Javier Milei, l’apertura di una crepa nel fronte occidentale rappresenta l’opportunità attesa da decenni per riportare le “Malvinas” al centro del dibattito internazionale. Milei, che Trump ha definito il suo “presidente preferito”, ha subito capitalizzato la soffiata del Pentagono, dichiarando perentorio che “la sovranità non si negozia”. La situazione è ulteriormente complicata dall’imminente visita di Stato di re Carlo III a Washington, prevista per i prossimi giorni: un’occasione formale che rischia di trasformarsi in un banco di prova per le fragili relazioni anglo-americane, con i laburisti di Starmer chiamati a difendere l’eredità delle ex colonie d’oltremare da un alleato diventato improvvisamente imprevedibile. Quello che si profila all’orizzonte non è semplicemente un ridimensionamento della Nato, ma la sua trasformazione in un’alleanza a geometria variabile, dove il capo di governo non tollera più voci fuori dal coro.




