Femminicidi, il caso Isceri riapre il nodo dell'educazione affettiva a scuola
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Redazione Interno
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Cinquantasei femminicidi accertati nei primi otto mesi del 2026, secondo l'Osservatorio Non Una Di Meno. Trentaquattro donne uccise nei primi sei mesi dell'anno: tra loro ventisei vittime di omicidio volontario e otto dello specifico reato di femminicidio, introdotto nel codice penale il 17 dicembre 2025. I numeri, forniti dal dossier del Viminale pubblicato a metà agosto, raccontano una flessione rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, quando le vittime donne erano state cinquantaquattro.
Eppure la successione di casi di cronaca continua a scandire l'agenda politica e sociale del Paese, riportando ogni volta al centro del dibattito la domanda su quali strumenti di prevenzione siano davvero efficaci.
La ricostruzione del delitto di Lorena Isceri
È il femminicidio di Lorena Isceri, avvenuto il 3 settembre lungo l'autostrada A1 nel tratto fiorentino, ad avere riacceso le polemiche. La donna, quarantacinquenne originaria di Squinzano e dirigente d'azienda, è stata sequestrata nel garage della sua abitazione a Firenze dall'ex compagno Federico Vella, trentaseienne, rinchiusa nel bagagliaio dell'auto e gettata ancora viva dal cavalcavia di Barberino di Mugello. L'uomo si è tolto la vita dopo una trattativa di quaranta minuti con la polizia.
Secondo il verbale agli investigatori della madre della vittima, la relazione era iniziata nell'ottobre 2024 e aveva conosciuto una progressiva escalation di violenza: il primo episodio ad aprile, quando Lorena aveva scoperto alcuni messaggi sul telefono del compagno e aveva deciso di interrompere il rapporto, subendo una reazione aggressiva che l'aveva ferita ai piedi con dei vetri. Nei mesi successivi la donna aveva confidato ad amiche e conoscenti di avere paura delle reazioni dell'uomo, fino alla decisione di lasciare la Toscana e rifugiarsi dai genitori in Puglia dal 15 al 28 agosto.
Le parole di Decaro e la frattura nel mondo della scuola
Il giorno dei funerali di Lorena a Squinzano, il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro ha affidato a un post su Facebook la richiesta di introdurre stabilmente nelle scuole l'educazione all'affettività e alla sessualità. «Non esistono ragioni per ammazzare. L'amore e la violenza non sono conciliabili. Non c'è provocazione, mancata denuncia o tradimento che possa giustificare, o anche solo motivare, un femminicidio», ha scritto il governatore, spiegando di avere parlato con Franco Isceri, il padre della vittima.
La proposta ha immediatamente aperto un fronte di discussione tra i rappresentanti del mondo scolastico, divisi sull'opportunità di introdurre percorsi strutturati e sul nodo del consenso delle famiglie previsto dal disegno di legge Valditara.
Tina Gesmundo, dirigente del liceo scientifico Salvemini di Bari, ha osservato che quelle all'affettività e alla sessualità sono educazioni trasversali, che passano attraverso tutte le discipline curriculari e non richiedono la creazione di nuove materie, mentre il rischio concreto è che il nulla osta dei genitori finisca per demonizzare contenuti indispensabili al percorso di crescita delle giovani generazioni.
Il referendum e le firme per l'educazione sessuo-affettiva
Sul piano normativo, la legge 104 del 2026 subordina l'attivazione dei percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole al consenso delle famiglie e li vieta del tutto negli istituti dell'infanzia e primari. Contro quel provvedimento è stata promossa una raccolta di firme per un referendum abrogativo totale, iniziata lo scorso 6 agosto e sostenuta dalla Flc Cgil, che ha superato la soglia delle cinquecentomila sottoscrizioni.
Il sindacato ha motivato il proprio sostegno ricordando che la scuola deve restare la prima agenzia educativa e che, in assenza di percorsi strutturati, il riferimento per le informazioni sulla sessualità rischia di diventare la rete o il mercato dei siti pornografici, veicolando modelli privi dei concetti di rispetto ed emotività.
La questione del consenso parentale, secondo i promotori dell'iniziativa, si traduce di fatto in un ostacolo procedurale che rende quasi impossibile l'attivazione dei corsi, vanificando nella pratica il dettato costituzionale sull'autonomia scolastica e sulla libertà di insegnamento.
Un fenomeno strutturale al di là delle emergenze
I dati del Viminale e dell'Istat, al di là delle oscillazioni congiunturali, delineano un quadro di sostanziale stabilità del fenomeno. Nel 2025 le donne uccise in Italia sono state novantasette, diciotto in meno rispetto alle centoquindici dell'anno precedente, ma il numero di quelle assassinate da partner o ex partner è rimasto invariato: sessantadue vittime in entrambi gli anni. La componente più strettamente legata alla violenza di genere, quella consumata all'interno di una relazione affettiva, non ha dunque beneficiato del calo generale degli omicidi.
La serie storica dei femminicidi presunti elaborata dall'Istat oscilla intorno ai cento casi annui dal 2019, senza mostrare una tendenza consolidata alla diminuzione, e nel 2024 oltre nove donne assassinate su dieci lo sono state in ambito familiare o affettivo.
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