Jacopo Camagni, l’ultimo saluto al Cassero tra musica e ricordi: una festa per l’anima gentile del fumetto

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Hanno detto, annunciando il rito, che sarebbe stata una cerimonia laica, e così è stato, ma ciò che si è svolto tra le colonne di mattoni a vista del Cassero, a Bologna, assomigliava piuttosto a un atto magico, a una celebrazione che della tradizione funebre ha conservato solo il dolore, trasformandolo però in qualcosa di luminoso. Per Jacopo Camagni, il disegnatore bolognese che aveva conquistato le tavole della Marvel e quelle, più intime, del fumetto italiano, non ci sono stati discorsi cupi né silenzi carichi di pietas, bensì le luci stroboscopiche a ritmare il battito dei presenti, la musica dei Daft Punk e le note di Angelo Badalamenti, quelle di Twin Peaks, a fare da colonna sonora a un commiato che era, come qualcuno ha suggerito dal microfono, una festa. E festa è stata, nel senso più pieno e vitale del termine, perché a dare l’addio all’artista, scomparso domenica scorsa a 48 anni per le complicanze seguite a un intervento chirurgico al cuore, c’erano centinaia di persone legate da un filo invisibile ma resistentissimo, quel filo che Camagni, instancabile tessitore di relazioni, aveva cucito attorno a sé nel corso di una vita sociale intensissima e multiforme. La folla, gremita all’inverosimile, scopriva solo in quel momento, radunata per onorarlo, di condividere tutte un grado di separazione sorprendentemente ravvicinato dall’altro, quasi che l’anello mancante di quelle connessioni, ciò che rendeva tutti parte di una stessa rete, fosse proprio lui, Jacopo, con la sua ironia e la sua proverbiale gentilezza.

Dai principi esili alle spade immaginarie, il ritratto di un narratore per immagini

Il mondo che lui lasciava, fatto di china, matite e storie disegnate, lo ha salutato con parole che provavano a tratteggiarne l’essenza, impresa non facile quando si parla di qualcuno che alla complessità aveva dedicato la vita. «Lui assomigliava a tanti dei suoi eroi, o loro assomigliavano a lui», è stato ricordato in uno degli interventi più toccanti, «tanti principi esili con in mano una spada reale o immaginaria». Ed è forse questa la chiave per comprendere la cifra di Camagni: un uomo apparentemente minuto, schivo, ma capace di impugnare con determinazione ferrea gli strumenti del suo mestiere, affrontando le battaglie della creatività e della rivendicazione dei diritti, lui che era attivista Lgbtqia+ da sempre, con la stessa fierezza dei personaggi epici che popolavano le sue tavole. A raccogliere l’eredità emotiva di quella figura, che dalla sua Bologna aveva spaziato fino agli studi giapponesi e americani, è stato anche chi con lui condivideva il banco di lavoro. Michele Masiero, direttore editoriale di Sergio Bonelli Editore, lo ha ricordato con un affetto che trapelava da ogni vocabolo: «Un’anima gentile, un talento immenso, un amico sincero», ha detto Masiero, sottolineando come Camagni fosse una persona totalmente innamorata del proprio lavoro, un amore che lo portava a rovesciarsi completamente in ogni vignetta, con un rigore che poteva apparire pignoleria ai più, ma che per lui rappresentava l’unico modo per rendere giustizia a ciò che aveva in testa.

Un talento bolognese approdato alla Casa delle Idee, tra Marvel e Bonelli

Del resto, la sua carriera parlava chiaro: dopo gli esordi alla fine degli anni Novanta, quando ancora frequentava il Liceo Artistico Arcangeli, Jacopo aveva vinto un concorso che lo mise in contatto con i Kappa Boys, contribuendo alla diffusione del fumetto giapponese in Italia e lavorando, quasi per gioco, a un episodio di Lupin III supervisionato nientemeno che dal suo creatore, Monkey Punch. Da lì, il salto a Roma, e poi la scoperta di un mercato immenso: nel 2008, vincendo il contest ChesterQuest al New York Comic Con, spalancò le porte della Marvel, cominciando a disegnare per loro storie di Deadpool, di X-Men, di Occhio di Falco, e persino avventure nell’universo di Star Wars. Eppure, nonostante le lusinghe del mercato americano, il legame con l’Italia non si è mai spezzato, anzi, si è consolidato in opere come Nomen Omen, la serie urban fantasy creata con Marco B. Bucci e pubblicata da Panini Comics a partire dal 2017, che di lui rivelava la vena più personale e onirica, quella che mescolava il sentimento al sovrannaturale. Più di recente, per Bonelli, aveva prestato la matita a Simulacri e a una storia di Dylan Dog, dimostrando una versatilità e una profondità narrative che pochi colleghi potevano vantare, capace di passare dai canoni del supereroismo americano alle atmosfere cupe e introspettive del nostro fumetto popolare senza mai perdere una cifra stilistica inconfondibile.

Quell’amore restituito tra le note e i colori del Cassero

Al Cassero, nel luogo simbolo della comunità che per lui era anche famiglia, l’amore per Jacopo Camagni si è materializzato in una bolgia silenziosa di affetti, in un caleidoscopio di volti noti e sconosciuti che si guardavano e si riconoscevano, appunto, parte di qualcosa. La musica, scandita da un dj set che trasformava il commiato in un ricordo danzante, raccontava le sue epoche, i suoi viaggi, le sue passioni. C’era, in quel crogiolo di persone e di suoni, la stessa cura meticolosa che lui metteva nel tratteggio di una vignetta, la stessa attenzione a non lasciare nulla al caso. Perché la cerimonia, voluta e pensata nei minimi particolari, era l’ultima, grande tavola disegnata da lui, l’ultimo bozzetto in cui il protagonista era l’amore che aveva seminato e che ora, moltiplicato, gli veniva restituito. E così, mentre la folla si scioglieva lentamente sotto i portici, restava l’immagine di un uomo che, attraverso la sua arte e la sua umanità, aveva saputo creare un anello, un legame invisibile ma indistruttibile, capace di tenere insieme centinaia di destini incrociati, tutte quelle persone che, senza di lui, forse non si sarebbero mai incontrate.

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