After the Hunt, il film che divide Venezia tra potenza narrativa e troppi temi in sospeso
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La levità apparente di una routine perfetta, quella di Alma, docente di filosofia a Yale interpretata da una Julia Roberts potente e determinata, è solo il preludio a un vortice di accuse e tensioni che Luca Guadagnino sceglie di affrontare con un inedito understatement. «After the Hunt», presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, colloca la sua protagonista in un mondo di privilegi e certezze accademiche, i cui equilibri vengono improvvisamente infranti da una grave accusa di violenza sessuale. La studentessa di colore, il cui ruolo è affidato a Ayo Edebiri, denuncia un assistente bianco, interpretato da Andrew Garfield, il quale a sua volta si difende sostenendo che la querela non sia altro che una ritorsione per aver scoperto e segnalato un plagio nella tesina della giovane.
Il film, la cui sceneggiatura è firmata da Nora Garrett, si addentra dunque nelle pieghe più ambigue del potere e delle relazioni asimmetriche, sollevando interrogativi su chi sia realmente la vittima in un sistema dove la verità è spesso la prima a soccombere. Guadagnino, regista solitamente loquace e incline alla provocazione, ha invece optato per una comunicazione defilata, dichiarandosi semplicemente «felice che l’opera provocherà dibattiti», senza però prestare il fianco a polemiche dirette o a facili schieramenti.
Proprio questa scelta registica, unita a una narrazione che tenta di abbracciare troppi piani tematici contemporaneamente – dal razzismo alle dinamiche di genere, fino alla correttezza accademica – rischia di diventare il punto debole dell’opera. Lo spettatore, infatti, viene lasciato con numerosi dubbi irrisolti, non solo sulla colpevolezza o l’innocenza dei personaggi coinvolti, ma anche sulla regia stessa e sulla sua capacità di tenere insieme tutti i fili di una trama così intricata.




