Julia Roberts e Guadagnino, il thriller delle molestie in "After the Hunt"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L'immagine di perfezione, che Alma Olsson – interpretata da una Julia Roberts algida e tirata – ha costruito con cura nel suo ruolo di professoressa di Filosofia a Yale, è sul punto di frantumarsi, minacciata da un passato che riemerge con la violenza di un fiume in piena. La sua esistenza, all'apparenza impeccabile e avvolta in un'aura di invidiabile benessere, si rivela infatti un delicato equilibrio, precario come una vasca che, per un eccesso di distrazione, rischia di tracimare. Il nuovo film di Luca Guadagnino, «After the Hunt - Dopo la caccia», presentato in anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia e recentemente approdato nelle sale, costruisce attorno a questa figura un thriller psicologico che si addentra, con la consueta maestria estetica del regista, in uno dei temi più abrasivi e complessi del nostro tempo.

Guadagnino e i codici del cinema internazionale

Considerato, non a torto, uno degli autori più eclettici e mimetici del nuovo millennio, Guadagnino ha saputo ritagliarsi un ruolo di assoluto rilievo nel panorama cinematografico internazionale, padroneggiandone i codici estetici e produttivi con un'abilità che pochi, in Italia, possono vantare. La sua filmografia, che spazia dal dramma sentimentale al horror di classe, fino a questo ultimo lavoro, dimostra una versatilità sorretta da uno sguardo registico inconfondibile. Come egli stesso ha avuto modo di precisare, definendo la pellicola non semplicemente un film #MeToo bensì un'opera «politica» e una riflessione «su ciò che ognuno di noi nasconde», il regista palermitano evita di affrontare la questione in maniera diretta o didascalica, preferendo invece esplorarne le profonde e spesso ambigue risonanze personali e sociali.

Il ritmo produttivo di un autore prolifico

Il suo è un ritmo di lavoro serrato, che lo accomuna ad altri autori contemporanei come Georgos Lanthimos, Wes Anderson o Steven Soderbergh, i quali producono mediamente un film all'anno, se non di più. A chi gli fa notare questa prolificità, Guadagnino risponde con una semplice ma significativa spallucciata, sostenendo che, quando si ha qualcosa da dire e si possiedono i mezzi e i collaboratori per farlo, non vi sia motivo di trattenersi. Un approccio che segna una netta discontinuità rispetto ai tempi di gestazione, un tempo ben più lunghi, che caratterizzavano il cinema del passato, e che riflette una urgenza narrativa e una capacità di cogliere l'attualità quasi in presa diretta.

La trama tra filosofia e segreti inconfessabili

La vicenda, che si dipana attorno alla figura della professoressa Olsson – amata e forse invidiata, come accade a chi si espone troppo alla luce dei riflettori –, prende le mosse proprio dalla sua vicinanza agli studenti, una prossimità non solo intellettuale ma, in certi casi, anche fisica, che finisce per diventare il terreno su cui si consumano dinamiche pericolose. Il film, quindi, non si limita a raccontare un semplice caso di molestie, ma costruisce un intricato meccanismo di sospetti, verità parziali e segreti sepolti, dove il confine tra vittima e carnefice diventa sempre più labile e difficile da tracciare, costringendo lo spettatore a interrogarsi continuamente su dove si celi la verità.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.