Kiev colpisce ancora il ponte di Crimea: 1.100 chili di esplosivo utilizzati. Mosca chiude la porta a un vertice con Zelensky e Trump
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Redazione Esteri
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L’ennesimo attacco al simbolo dell’annessione russa della Crimea riaccende le tensioni mentre le trattative per una possibile tregua sembrano arenarsi. Nelle prime ore dell’alba, un’esplosione controllata ha scosso il ponte che collega la penisola alla Russia, opera faraonica voluta da Vladimir Putin e già più volte presa di mira dall’intelligence ucraina. “Abbiamo continuato questa tradizione sott’acqua”, ha ironizzato il capo dell’Sbu Vasyl Malyuk, riferendosi alle due precedenti azioni del 2022 e 2023.
Secondo fonti ucraine, l’operazione – pianificata per mesi – ha visto l’impiego di 1.100 chilogrammi di esplosivo piazzato sui piloni della struttura. Le detonazioni, innescate alle 4.44, hanno provocato danni significativi ma evitato vittime tra i civili, in un’azione che dimostra la capacità di Kiev di colpire obiettivi sensibili nonostante l’inferiorità militare.
L’episodio arriva a poche ore dalla consegna di un memorandum russo ai negoziatori ucraini a Istanbul, in cui Mosca pone condizioni ritenute inaccettabili da Kiev: la revoca della legge marziale, la smobilitazione parziale delle truppe e il ritiro dalle regioni parzialmente occupate. Tra le richieste più dure, spicca la cessazione degli aiuti militari stranieri, elemento che – se accettato – stravolgerebbe gli equilibri del conflitto.
Sul campo, intanto, l’esercito russo avanza a fatica nell’Est, subendo perdite consistenti ma seguendo l’ordine di conquistare terreno a qualunque costo. L’attacco al ponte, però, ribadisce che la guerra è entrata in una fase nuova, fatta di colpi di precisione e azioni spettacolari, mentre la diplomazia arranca. Il Cremlino ha già fatto sapere che un eventuale vertice tra Putin, Zelensky e Donald Trump – tornato alla Casa Bianca – appare “improbabile”, lasciando intendere che la strada per un negoziato rimane in salita.




