Giorgetti e il caso Mps-Mediobanca, il Mef: "Nessuna interferenza"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nuove tensioni politiche scuotono il governo, mentre l’inchiesta della procura di Milano sulla scalata a Mediobanca continua a sollevare interrogativi che toccano da vicino le istituzioni. Le opposizioni, dopo aver ascoltato le ricostruzioni dei pm, chiedono con insistenza che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si rechi in Aula per riferire al Parlamento, sostenendo la necessità di fare piena luce su quello che definiscono un «ruolo opaco» del governo e del Ministero dell’Economia nell’intera vicenda. Una richiesta che nasce dalle indagini, le quali dipingono il quadro di una «strategia consapevole e coordinata», articolata in cinque precise tappe, finalizzata a influenzare l’assetto di Mediobanca e, di conseguenza, di Generali.

Le dichiarazioni del Ministero

A fronte di queste pressioni, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha replicato con un netto rifiuto di ogni accusa, emanando una nota ufficiale per tagliare corto sulle speculazioni. Fonti del Mef, le quali hanno parlato di «nessuna ingerenza né interferenza» da parte del ministro Giorgetti nell’operato di Monte dei Paschi di Siena, hanno ribadito con forza che l’azione del dicastero si è sempre mossa «nel pieno rispetto delle regole e della prassi» consolidate. Una presa di posizione che mira a sgombrare il campo da qualsiasi sospetto di un coinvolgimento diretto della politica in scelte di natura finanziaria e societaria.

Il nodo delle dimissioni

A complicare ulteriormente la situazione, e a gettare un’ombra sulle smentite del Ministero, vi sono le dichiarazioni rese ai magistrati da alcuni ex membri del consiglio di amministrazione di Mps. Tre consiglieri indipendenti – Annapaola Negri Clementi, Paolo Fabris De Fabris e Lucia Foti Belligambi – hanno infatti affermato che le loro dimissioni, formalizzate in un unico giorno lo scorso 18 dicembre, «sono state richieste o imposte» dal Mef. In uno dei casi, si è addirittura fatto il nome di un deputato della Lega, Alberto Bagnai, il quale avrebbe esplicitamente dichiarato di agire «per conto» del Tesoro, sollevando inquietanti interrogativi sui confini tra iniziativa politica e gestione di un istituto di credito.

L’inchiesta e le sue implicazioni

Le indagini della procura milanese, supportate dalla Guardia di Finanza, si concentrano proprio sulla dinamica di quelle dimissioni, viste dagli inquirenti come uno dei passaggi fondamentali di una più ampia manovra. I pm stanno esaminando la possibilità di un patto occulto tra alcuni dei principali indagati, tra i quali figurano Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e l’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio, con l’obiettivo di coordinare gli sforzi per la scalata a Mediobanca. Un puzzle complesso, i cui tasselli – incluse quelle che le carte giudiziarie descrivono come «strane coincidenze» – stanno lentamente componendo un affresco che lega indissolubilmente le sorti di Mps a quelle di Mediobanca e di Generali, in un intreccio che la politica è ora chiamata a chiarire.

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