Il corteo dei “No Kings” a Roma: 300mila (secondo gli organizzatori) in piazza contro le guerre e il riarmo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Roma, ancora una volta, si è trasformata nel palcoscenico di una protesta che, partita dal basso, ha assunto le dimensioni di un vero e proprio plebiscito contro le logiche belliciste. Decine di migliaia di persone, almeno stando alle cifre fornite dagli organizzatori che parlano di 300mila presenze (mentre la questura, più cauta, ne stima circa 25mila), hanno invaso le strade dalla centralissima piazza della Repubblica fino al piazzale del Verano, dando vita al corteo nazionale indetto dal movimento “No Kings”. Una mobilitazione, questa, che si inserisce in una giornata globale di protesta, con manifestazioni gemelle a Londra e New York, accomunate dallo slogan «Together: contro i Re e le loro guerre».

Un preavviso di 15mila e il timore delle frange antagoniste

La manifestazione, promossa da una galassia composita che include sindacati come la Cgil, partiti di sinistra, l’Anpi, l’Arci e i movimenti pro Palestina, è partita con un’incognita non da poco: la gestione della sicurezza. Il preavviso ufficiale depositato in questura parlava di 15mila partecipanti, una cifra che lasciava presagire un’affluenza massiccia ma che, nei fatti, è stata ampiamente superata già nelle prime fasi del raduno. A destare preoccupazione, nelle ore precedenti, era stata la concreta possibilità che il corteo potesse essere “cavalcato” da frange estreme di antagonisti, con un’attenzione particolare rivolta ai militanti di “Askatasuna”, il centro sociale di Torino sgomberato dalla polizia lo scorso dicembre.

Una minaccia che, sebbene non si sia materializzata in scontri frontali di vaste proporzioni, ha trovato comunque manifestazioni simboliche di rottura lungo il percorso. Blindati e agenti delle forze dell’ordine, tenuti a una distanza di sicurezza dal serpentone umano, hanno monitorato ogni movimento, replicando di fatto il modello operativo già sperimentato durante le oceaniche manifestazioni in sostegno alla Global Sumud Flotilla. Un modello, quello del questore Roberto Massucci, basato sul dialogo con gli organizzatori e su una certa elasticità tattica, che ha permesso di gestire una realtà in evoluzione di ora in ora.

Simboli di guerra bruciati e la ghigliottina per il governo

Mentre il corteo avanzava, non sono mancati episodi di forte tensione simbolica, se non di vera e propria violenza contro gli emblemi delle potenze occidentali. Alcuni cartelloni pubblicitari sono stati dati alle fiamme e, circostanza più politicamente significativa, sono state bruciate bandiere degli Stati Uniti e di Israele. Un gesto che, al di là della facile retorica, intendeva colpire direttamente i due attori principali – l’amministrazione Trump e il governo Netanyahu – ritenuti dai manifestanti come gli arcieri di una Terza Guerra Mondiale combattuta a pezzi.

La carica eversiva, se così si può definire, del corteo è emersa con chiarezza anche dalla presenza di uno strano “missile” di legno, sulla cui punta erano stati posizionati dei fiori e una bandiera della pace, che sfilava tra la gente accompagnato dalla scritta: «Terza guerra mondiale, ma che siete matti? Non la vogliamo studiare». Ma il segno più plastico della contestazione è arrivato quando alcuni manifestanti hanno esposto delle foto a testa in giù della premier Giorgia Meloni, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del presidente del Senato Ignazio La Russa, affiancate da una ghigliottina di legno. Un’immagine violenta che, se da un lato ha suscitato la condanna immediata dei partiti di maggioranza (parlano di “atti criminali”), dall’altro testimonia la deriva autoritaria che i contestatori attribuiscono all’esecutivo.

Landini e i politici in piazza tra referendum e costi del caro vita

In testa al corteo, dietro lo striscione principale «Per un mondo libero dalle guerre», sfilavano i big della sinistra extraparlamentare e non solo. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha voluto marcare la distanza tra la piazza e le istituzioni, dichiarando che «questa è la piazza del No al referendum» – un riferimento implicito alla recente tornata referendaria sulla giustizia – e aggiungendo che tutti i problemi sociali, dai salari alla precarietà, derivano da quella «logica e cultura della guerra» che l’Italia e l’Europa stanno abbracciando. Al suo fianco, i deputati di Alleanza Verdi e Sinistra, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, hanno rincarato la dose, attaccando frontalmente la premier Meloni rea, a loro dire, di non condannare le guerre imperialiste e di spingere l’Italia verso un riarmo «inaccettabile, pari al 5% del PIL».

Non è mancata, in questo contesto, la consueta presenza dei movimenti anarchici, che hanno esposto striscioni dedicati ad Alfredo Cospito («Contro il 41bis, lo Stato tortura. Alfredo libero») e alla coppia di attivisti morta di recente a Roma, Sara e Sandro, con la scritta «Se viviamo è per far saltare la testa dei re». Parole pesanti che, nella confusione della piazza, hanno rischiato di offuscare il messaggio principale della manifestazione: quello contro un’economia di guerra che, come denunciato più volte, sta facendo impennare il costo del carburante, della luce e del gas.

E proprio mentre la politica si confrontava sul referendum (con il Tg4 che, in quei giorni, ospitava il faccia a faccia tra i sostenitori del Sì e del No), la piazza urlava il proprio dissenso contro i «sovversivi» seduti a palazzo Chigi. Un corteo, quello dei No Kings, che ha saputo unire la lotta per la pace a quella per il potere d’acquisto, anche se la cronaca si concentrerà inevitabilmente sulle bandiere bruciate e sui simboli di decapitazione esposti al sole romano.

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