Ginosa, tenta di estorcere denaro alla madre e la aggredisce: arrestato 27enne; “Stuprate e vendute per una tanica di benzina”: il mercato delle donne fra Libia e Tunisia
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Redazione Esteri
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Nella notte del 14 aprile 2026, i Carabinieri della Stazione di Marina di Ginosa hanno tratto in arresto un 27enne del posto, ritenuto responsabile di tentata estorsione e maltrattamenti in famiglia. L’intervento, scattato all’interno dell’abitazione della vittima, è stato reso possibile dalla richiesta di soccorso della madre convivente, la quale ha denunciato una violenta aggressione fisica. Secondo quanto ricostruito dai militari, il giovane avrebbe avanzato una richiesta di denaro – presumibilmente destinata, stando alle prime sommarie informazioni, all’acquisto di sostanze stupefacenti – incontrando però il rifiuto della donna. È a quel punto che la richiesta si sarebbe trasformata in minacce di morte e violenza, culminate nello strattonamento della madre. Non si è trattato, con ogni probabilità, di un episodio isolato: la vittima ha infatti riferito di un clima di tensioni pregresse e di aggressioni verbali mai formalmente denunciate, un dettaglio che inserisce l’accaduto in un contesto di vessazioni protratte nel tempo. L’operazione si inquadra nelle procedure d’urgenza previste dal cosiddetto “Codice Rosso”, un protocollo prioritario per i casi di violenza domestica, e il 27enne, al termine delle formalità di rito, è stato condotto presso la casa circondariale di Taranto a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
Una “tratta di Stato” documentata tra Tunisia e Libia
Mentre in Puglia si chiudeva un caso di cronaca nera, dalle aule del Parlamento europeo arrivava un’accusa ben più grave e strutturata riguardante le frontiere del Mediterraneo. “C’erano altre persone al porto di Sfax, lì hanno violentato di nuovo le donne. Al confine ci hanno scambiati con i libici. Ci hanno scambiate per alcune taniche di carburante”. Questa testimonianza, riportata nel nuovo dossier internazionale “Women State Trafficking”, restituisce la cruda meccanica di un sistema che riduce gli esseri umani a merce di scambio. Il rapporto, realizzato dal collettivo di ricercatori RRX con il sostegno di Asgi, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa, si basa su 33 interviste raccolte tra dicembre 2024 e febbraio 2026. Le testimonianze, fornite da 19 donne e 14 uomini – molti dei quali hanno assistito inermi alla violenza subita dalle proprie compagne o sorelle – descrivono un incubo fatto di gabbie, recinti metallici e hangar militari trasformati in luoghi di tortura. Le vittime, catturate dalla Guardia Nazionale tunisina sia in mare sia mentre attendevano di attraversarlo, vengono sistematicamente abusate e vendute alle milizie libiche.
Corpi considerati disponibili e il silenzio dell’Europa
La violenza sessuale, emerge con chiarezza dalle pagine del dossier, non è un sottoprodotto della detenzione, ma un vero e proprio strumento di dominio. Serve a piegare la volontà delle vittime, a esercitare un controllo totale e a garantire la redditività delle operazioni di tratta. A volte lo stupro viene usato come ricatto per estorcere denaro alle famiglie lontane; altre volte, semplicemente, come pratica quotidiana per ridurre le donne in uno stato di “non-persone”. Una delle sopravvissute racconta di essere stata presa con violenza ogni notte dalle guardie, in un sistema che prevedeva il trasferimento delle detenute in bordelli o in case private. E la compravendita è talmente consolidata da avere un nome, “barnamiche”, e persino dei cataloghi fotografici – preparati dalle stesse guardie carcerarie libiche – per facilitare la scelta degli acquirenti. Eppure, nonostante la raccolta di queste prove e le ripetute segnalazioni da parte dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, la Tunisia continua a essere considerata dall’Unione europea un “Paese sicuro” per il respingimento dei migranti.
Il business della frontiera e il ruolo degli accordi
Le interviste descrivono un passaggio obbligato attraverso il porto di Sfax, dove avvengono perquisizioni umilianti e violenze di massa, seguito dal trasferimento verso il confine libico a bordo di camion solitamente adibiti al trasporto di bestiame. Una volta arrivati al confine, la violenza non si ferma: ci sono fosse comuni nel deserto per chi muore durante il tragitto o per chi tenta la fuga. Una testimone ricorda le guardie che, con un panno sporco in bocca per impedire le grida, facevano quello che volevano prima di “scambiare” i corpi con le milizie vicine. Le stime dei ricercatori parlano di almeno 7.400 persone vittime di questa “tratta di Stato” solo in riferimento alle operazioni documentate. Un business della frontiera che cresce all’ombra dei finanziamenti europei, dove il controllo delle partenze – affidato a corpi di polizia accusati di tortura – si trasforma paradossalmente in un meccanismo di alimentazione del mercato degli schiavi libico.




