Difesa europea, spesa record ma l'Eda avverte: forze non ancora pronte
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Redazione Esteri
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Mentre famiglie e imprese europee continuano a fare i conti con il caro energia, l'inflazione e una crescita economica che stenta a decollare, c'è un capitolo di spesa che non conosce battute d'arresto: quello della difesa. I numeri diffusi dall'Agenzia europea per la difesa (Eda) nel suo primo rapporto annuale sulla prontezza militare raccontano di uno sforzo finanziario senza precedenti negli ultimi trent'anni, ma anche di un'efficacia ancora tutta da dimostrare.
La spesa dei Ventisette ha toccato i 418 miliardi di euro nel 2025, pari al 2,2 per cento del prodotto interno lordo dell'Unione, e le proiezioni indicano un ulteriore balzo fino a 547 miliardi entro il 2029.
Investimenti in crescita ma frammentati
Il documento, classificato come riservato e presentato al Coreper prima di approdare sul tavolo dei leader europei a ottobre, certifica un'accelerazione che non ha eguali nella storia recente del continente. Tra il 2022 e il 2025 la spesa militare complessiva è cresciuta del 47 per cento, con gli acquisti di equipaggiamenti che hanno raggiunto i 115 miliardi di euro nel solo 2025, in aumento del 26 per cento rispetto all'anno precedente.
Ventitré Stati membri hanno rispettato l'obiettivo del 2 per cento del Pil, dieci in più rispetto al 2024, e la spesa media per soldato è salita a 297.000 euro, un dato che segnala un miglioramento nella qualità dei materiali e nella preparazione delle forze armate.
Il problema, però, non è quanto si spende, ma come. L'Eda sottolinea che il 68 per cento degli investimenti resta di natura puramente nazionale, impedendo di fatto quelle economie di scala che una vera integrazione europea potrebbe garantire. Nel 2025 gli acquisti effettuati congiuntamente da più Stati membri hanno rappresentato appena il 24 per cento del totale, un dato addirittura in peggioramento rispetto al 2022 e lontanissimo dall'obiettivo del 40 per cento fissato per il 2030.
Il risultato è un mosaico di eserciti non integrati tra loro, ciascuno dotato di sistemi propri e spesso incapace di operare in sincronia con gli altri.
Le lacune che restano aperte
Nonostante l'ondata di fondi, il rapporto non nasconde le criticità. «Lo slancio attuale e l'aumento degli investimenti non si traducono ancora in forze sufficientemente operative, sostenibili e interoperabili, mentre permangono gravi lacune in termini di capacità: quanto raggiunto finora, sebbene senza precedenti, non è ancora sufficiente», si legge nella sintesi esecutiva del documento. Tra i punti deboli più marcati figurano la difesa aerea e antimissile, il combattimento terrestre, le capacità navali, gli stock di munizioni e i sistemi drone.
In particolare, gli Stati membri spendono molto per gli aerei da combattimento ma restano dipendenti dagli Stati Uniti per il rifornimento in volo e per altri «abilitatori strategici» come la sorveglianza e l'allerta precoce.
La raccomandazione dell'agenzia è di usare i fondi europei non per acquisizioni individuali ma per progetti congiunti in settori che nessun Paese può permettersi da solo: comando e controllo strategico, rifornimento in volo, costellazioni spaziali e un cloud militare europeo sicuro. L'obiettivo dichiarato è raggiungere la piena prontezza entro il 2030, ma il tempo stringe e la scadenza fissata dal Libro bianco sulla difesa di marzo 2025 non ammette ritardi.
Il rapporto sarà discusso dai capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, quando sul tavolo ci saranno anche le nuove iniziative faro annunciate da Bruxelles: dal sistema europeo di difesa drone allo scudo spaziale, passando per il controllo del fianco orientale.
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