Gaborone, la carica di Dosso: “In Italia c’era solo il calcio, ora l’atletica avanza”
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Redazione Sport
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Le World Relays, che da quest’anno si avvalgono del pedissequo soprannome di “Mondiali di staffette”, rappresentano per l’atletica italiana molto più di un semplice banco di prova in vista dell’estate. Nella calura di Gaborone, dove il termometro supera abbondantemente i 25 gradi nonostante l’autunno dell’emisfero australe e i mille metri di altitudine, gli azzurri scendono in pista con un mandato chiaro: guadagnarsi il pass per i Campionati del Mondo di Pechino 2027. A fare da portabandiera, in questa spedizione che sa di rinnovamento, è lei, Zaynab Dosso: la fresca campionessa mondiale indoor dei 60 metri, reduce dal trionfo di Torun, non ha usato giri di parole nella conferenza stampa ufficiale di World Athletics.
“In Italia si parlava soltanto di calcio – ha dichiarato la velocista, originaria della Costa d’Avorio ma italiana a tutti gli effetti dal 2016 –. Calcio, calcio, sempre calcio. Con i nostri risultati stiamo dimostrando che l’atletica non è da meno, anzi”. Una dichiarazione che suona come un atto di accusa verso un certo mainstream sportivo, ma anche come un manifesto del nuovo corso di un movimento che non intende più recitare la parte della comparsa. Dosso, che a Gaborone si sente quasi a casa (“il Botswana è molto vicino alla casa dei miei genitori”), ha scelto l’italiano per lanciare il guanto di sfida: l’obiettivo, nel weekend del 2-3 maggio, è trascinare la 4×100 femminile verso la qualificazione, ma anche abbattere un altro muro personale, quello degli 11 secondi nei 100 metri.
Missione Pechino: il meccanismo delle qualificazioni e l’assalto delle staffette
Il regolamento della manifestazione, ospitata per la prima volta dal continente africano nello specifico Stadio Nazionale del Botswana, è spietato ma lascia margini di recupero. Sabato, a partire dalle 14, andranno in scena le batterie del primo turno: per cinque staffette su sei in gara (manca la 4×400 maschile, che proverà la via ranking più avanti), l’Italia dovrà centrare l’accesso alle finali per timbrare immediatamente il biglietto per Pechino 2027. Il meccanismo prevede che le prime due di ogni batteria si qualifichino direttamente alla rassegna iridata dell’anno prossimo, ottenendo poi il diritto a contendersi il Titolo mondiale di staffette nella giornata di domenica.
Tuttavia, come spiegano i tecnici del gruppo azzurro, in caso di mancata qualificazione immediata non sarà la fine del mondo. Domenica pomeriggio, infatti, è previsto un secondo turno di ripescaggio: un’opportunità concreta per aggiudicarsi uno dei quattro pass rimasti in palio. In totale, Gaborone assegnerà dodici tagliandi su sedici disponibili per ogni specialità di staffetta, rendendo questo appuntamento una tappa quasi obbligata per chi sogna la Cina. Ad aprire le danze sarà la staffetta mista 4×100, un evento che sta guadagnando sempre più centralità e che vedrà l’Italia in batteria con avversarie del calibro di Canada e Olanda.
Una squadra sperimentale ma affamata: il fattore mentale secondo Dosso
La spedizione azzurra, composta da 30 atleti (13 uomini e 17 donne), presenta un volto inedito rispetto alle ultime grandi manifestazioni. Non ci sono Marcell Jacobs, né Filippo Tortu o Lorenzo Patta, pilastri dell’oro olimpico di Tokyo 2021. Al loro posto, spazio ai giovani e a chi cerca la consacrazione: occhi puntati sulla giovanissima Kelly Doualla, sedicenne che rappresenta il futuro della velocità italiana, ma anche su atlete come Gloria Hooper e Anna Polinari, pronte a dare il loro contributo nelle frazioni decisive. L’assenza dei big, tuttavia, non viene vissuta come un limite, ma come un’opportunità per costruire una nuova chimica.
“Mi aspetto che la nostra squadra si diverta – ha commentato Dosso, parlando del clima che si respira nel gruppo –, la parte più importante è condividere emozioni, come abbiamo fatto cinque anni fa a Tokyo con quell’oro indimenticabile della 4×100 maschile”. E aggiunge un dettaglio non trascurabile sull’evoluzione del proprio approccio mentale: “Siamo giovani, c’è sinergia, gareggiamo come se fossimo un’unica persona”. Un concetto, quest’ultimo, che per l’azzurra non è soltanto una metafora romantica, ma il frutto di un lavoro psicologico duro, affrontato dopo le delusioni patite alle Olimpiadi di Parigi e ai Mondiali di Tokyo.
L’ambizione cronometrica: “Posso scendere di molto sotto gli 11 secondi”
Se la staffetta è l’obiettivo di squadra, il cronometro rimane l’ossessione personale di Dosso. Dopo aver infranto la barriera dei 7 secondi nei 60 metri indoor (con il record italiano di 6”99 che vale l’oro mondiale), la velocista punta dritta al muro degli 11 secondi sui 100 metri. Un traguardo che, a sentire le sue parole, sembra ormai questione di ore più che di mesi. “Rispetto al passato sono molto diversa a livello mentale – ha confessato in conferenza stampa – mi caricavo di pressioni, aspettavo troppo da me stessa e in gara non si accendeva la macchina perché avevo già speso il 90% delle mie energie”.
Ora, invece, la musica è cambiata: “Ho imparato a collegare la testa al e posso scendere di molto sotto gli undici secondi”. Una promessa, la sua, che fa tremare le rivali internazionali. A Gaborone, accanto a lei, ci sono stelle come Letsile Tebogo (idolo di casa e argento olimpico) e Elaine Thompson-Herah, ma la consapevolezza di Dosso è tale da oscurare persino i grandi nomi del passato. Il movimento dell’atletica italiana, un tempo schiacciato dal peso specifico del calcio, chiede ora la ribalta. Con una Dosso in queste condizioni, negargliela sarà difficile.




