Cronache dalla Cisgiordania: la violenza quotidiana attraverso l'obiettivo di un fotografo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Jaafar Ashtiyeh, in questi giorni, risponde al telefono solo a notte fonda, ritagliando uno spazio di quiete dopo giornate trascorse a documentare un conflitto che, a suo dire, non ha mai raggiunto picchi di ferocia così elevati. «Il conflitto in West Bank sta diventando sempre più sanguinoso», afferma il fotografo, la cui esperienza trentennale sul campo gli conferisce un'autorevolezza che, purtroppo, non si traduce in speranza. Lui, che ha visto tutto, si dichiara sconcertato dall'attuale escalation, un sentimento che emerge con forza dalle sue parole, le quali dipingono un quadro di devastazione e di morte, di ulivi bruciati e di una tensione che si fa sempre più opprimente. La sua testimonianza, del resto, non è un'astratta riflessione ma il racconto diretto di chi, ogni giorno, si muove tra i villaggi e le città per fissare in uno scatto la realtà cruda di quei luoghi.

Le operazioni militari e gli arresti

Mentre la tregua nel resto della regione sembra reggere, sebbene Israele non abbia interrotto i cosiddetti raid mirati, la Cisgiordania vive una sua guerra parallela e incessante. Le forze di occupazione israeliane hanno condotto una serie di incursioni in diverse aree, da Nablus a Qalqilya, operazioni durante le quali si sono registrati scontri e numerosi arresti. Durante una di queste incursioni nella zona orientale di Nablus, i combattenti della resistenza palestinese hanno fatto detonare un ordigno esplosivo improvvisato contro i veicoli militari, un episodio che sottolinea come la spirale della violenza sia alimentata da entrambe le parti. Secondo quanto riportato da fonti locali, almeno undici palestinesi sono stati tratti in arresto nel corso di quelle che sono state definite azioni violente, un termine che racchiude in sé il potenziale di tragedie più ampie.

Gli episodi di odio e la profanazione

Accanto alla violenza istituzionale delle operazioni militari, prosegue in parallelo quella dei coloni israeliani, la cui azione si è manifestata in tutta la sua gravità con l'incendio e la deturpazione di una moschea nel villaggio di Deir Istiya. Nell'atto vandalico, che ha visto bruciare parti dell'edificio di culto insieme ad alcune copie del Corano, non c'è stata solo la furia distruttiva ma anche un messaggio di sfida, reso esplicito dalle scritte minacciose lasciate sui muri, alcune delle quali indirizzate persino a un alto ufficiale dell'esercito. Questo episodio, giunto dopo le condanne di alcuni leader israeliani per l'ondata di violenze, sembra voler sottolineare una volontà di sfida che travalica qualsiasi appello alla moderazione, alimentando un circolo vizioso di ritorsioni e di risentimento.

Il bilancio umano della crisi

A completare un quadro già di per sé fosco, si aggiunge la denuncia dell'Autorità nazionale palestinese, la quale ha riferito dell'uccisione di due adolescenti in Cisgiordania per mano dell'esercito israeliano. Due giovani vite spezzate che vanno ad aggiungersi a un bilancio di vittime che, giorno dopo giorno, si fa più pesante, mentre da Gaza giunge la notizia della restituzione del Corpo di un altro ostaggio, un ulteriore tassello in un mosaico di dolore che sembra non conoscere fine. Sono questi i fatti che Jaafar Ashtiyeh si trova a documentare, frammenti di una normalità stravolta che, assemblati, compongono la cronaca di un'occupazione i cui effetti si misurano non solo in termini territoriali ma, soprattutto, in termini umani.

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