L’Inps chiarisce: chi lavora part-time non va in pensione più tardi per le ore ridotte, ma per gli stipendi bassi
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Redazione Economia
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Non è la riduzione dell’orario in sé a spostare in avanti il traguardo della pensione, quanto l’effetto che questa ha sulla busta paga. L’Istituto nazionale della previdenza sociale ha fornito chiarimenti definitivi in merito a un meccanismo, spesso sottovalutato perfino dagli stessi lavoratori, che lega il riconoscimento dei contributi non al tempo trascorso in ufficio o in fabbrica, ma al raggiungimento di una soglia economica annuale. In parole povere, anche chi ha lavorato per tutti i dodici mesi, se ha percepito uno stipendio inferiore a un certo limite – fissato annualmente dall’ente – si ritroverà con un “buco” contributivo, ovvero con un numero di settimane accreditate inferiore a quelle effettivamente lavorate.
Questo principio, valido sia per il part-time orizzontale (ore ridotte ogni giorno) che per quello verticale (periodi di lavoro intensivo alternati a periodi di pausa), ribalta una convinzione piuttosto diffusa: a determinare la pensione è la retribuzione imponibile, non la durata contrattuale. L’Inps, attraverso i suoi aggiornamenti annuali, stabilisce un minimale di retribuzione giornaliera e settimanale. Per il 2026, ad esempio, la soglia da superare per far sì che una settimana venga integralmente accreditata è stata aggiornata in base alla rivalutazione del trattamento minimo, un valore che – se non raggiunto – trasforma un anno di lavoro in un periodo solo parzialmente valido ai fini del montante contributivo.
Il rischio concreto dei “vuoti contributivi” e la differenza tra diritto e importo
Il problema diventa particolarmente insidioso per chi ha avuto carriere discontinue o caratterizzate da salari particolarmente bassi, magari al di sotto dei 12.726 euro annui stabiliti come riferimento per il pieno accredito. In questi casi, la proporzione è matematica: se la retribuzione settimanale è la metà del minimale richiesto, il lavoratore maturerà solo metà delle settimane contributive in quell’anno. Chi guadagna 6.000 euro all’anno, per esempio, si troverà ad accumulare contributi per sole 24 settimane su 52, allungando di fatto il tempo necessario per raggiungere i 20 anni di contributi minimi richiesti per la pensione di vecchiaia.
Occorre però fare una distinzione sostanziale, che spesso viene omessa nel dibattito pubblico. Esiste una differenza netta tra il diritto alla pensione – che per chi lavora part-time verticale o ciclico viene riconosciuto integralmente grazie a una riforma del 2021, la quale equipara questi periodi a quelli full-time – e l’importo effettivo dell’assegno. Nel primo caso, il lavoratore matura il diritto a smettere di lavorare quando raggiunge i requisiti anagrafici o contributivi; nel secondo, però, l’importo sarà inevitabilmente più basso perché calcolato sul reale versato, ovvero su quanto effettivamente guadagnato negli anni.
La doppia penalizzazione per i contributivi puri e l’ostacolo dei 67 anni
Per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 e rientra nel cosiddetto sistema contributivo puro, la situazione presenta una complessità ulteriore. A questi lavoratori, per accedere alla pensione di vecchiaia a 67 anni, non basta aver versato 20 anni di contributi (magari “allungati” a causa dei vuoti); è necessario anche che l’importo dell’assegno sia almeno pari all’Assegno sociale. Nel 2025, questo valore si aggira intorno ai 538 euro mensili, una cifra che per essere raggiunta richiede un montante contributivo minimo di oltre 124.000 euro, corrispondente a uno stipendio medio annuo di circa 18.900 euro lordi.
Se questo traguardo non viene raggiunto – un rischio concreto per chi ha passato la vita con contratti part-time e retribuzioni ridotte – il lavoratore si trova nell’impossibilità di accedere alla pensione nonostante l’età e gli anni di versamenti formali. Un paradosso che trasforma il part-time in una sorta di “trappola” previdenziale, dalla quale si può uscire solo attraverso strumenti onerosi come la contribuzione volontaria o il riscatto dei periodi scoperti, soluzioni che l’Inps autorizza proprio per tamponare queste lacune.
Part-time e carriere lunghe: il peso della Fornero e le correzioni in arrivo
A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono gli automatismi legati all’aspettativa di vita, introdotti dalla riforma Fornero. Questi meccanismi, sebbene sospesi per i prossimi anni, hanno storicamente aumentato l’età pensionabile e interagiscono negativamente con il meccanismo del minimale. Chi percepisce stipendi bassi, spiega un recente rapporto, rischia di dover lavorare mesi aggiuntivi non solo per l’aumento dell’età, ma anche per “recuperare” le settimane non accreditate a causa del reddito insufficiente. Per un reddito annuo di 8.000 euro, l’allungamento effettivo della carriera può essere di un mese e una settimana in più rispetto al semplice aumento del requisito anagrafico.
In questo scenario, il legislatore ha provato a inserire delle valvole di sfogo. Per il biennio 2026-2027, è stata prevista una misura sperimentale che incentiva la trasformazione del contratto full-time in part-time per i lavoratori prossimi alla pensione, accompagnata da un esonero contributivo per il lavoratore e dall’accredito figurativo per le ore non lavorate, a patto che il datore di lavoro assuma contestualmente un giovane under 34. Una staffetta generazionale che, se da un lato favorisce il ricambio, dall’altro conferma la consapevolezza – da parte dell’istituto – della complessità con cui il part-time incide sulla vita contributiva di chi decide (o è costretto) a ridurre l’orario.




