Antonio Padellaro e il dilemma della censura alla fiera "Più libri più liberi"
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Redazione Interno
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"Se cominciamo a censurare chi non ci piace, e loro certamente non mi piacciono, si sa dove comincia e non si sa dove finisce". Con queste parole, nette e cariche di una preoccupazione che travalica il caso specifico, Antonio Padellaro è intervenuto sulla spinosa polemica che ha attraversato la recente edizione di "Più libri più liberi", la fiera romana della piccola e media editoria. Padellaro, commentando la presenza dello stand della casa editrice Passaggio al Bosco – da più parti accusata di posizioni nazifasciste – ha messo in guardia dai pericoli di una logica escludente, sottolineando come le censure, una volta innescate, rischino di diventare "contrapposte", in un cortocircuito senza fine. Un riferimento, il suo, a episodi precedenti come quello torinese dove, ha ricordato, fu impedito lo svolgimento di un convegno di contrari alla guerra.
Lo stand conteso e la protesta silenziosa
Mentre il fondatore di "Il Fatto Quotidiano" parlava a margine della presentazione di un libro, lo stand G51, quello di Passaggio al Bosco, diventava il fulcro di tensioni visibili e palpabili. Contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere da uno spazio marginalizzato, esso appariva infatti sorprendentmente frequentato, attirando non solo l'attenzione degli avversari ma anche, come riportato, gli sguardi invidiosi di alcuni colleghi per il viavai di acquirenti. La reazione di una parte significativa degli altri espositori, tuttavia, non si è fatta attendere e ha assunto i toni di una protesta organizzata e simbolica: numerosi stand hanno aderito a uno sciopero di trenta minuti, alzando sui propri banchi dei teli neri, quasi a voler segnare un lutto per quella presenza ritenuta indegna. Un gesto di disapprovazione muta, che ha creato un'area di silenzio temporaneo nel brusio della fiera.
Canti e slogan nel cuore della manifestazione
Quella stessa protesta, però, ha trovato anche una voce più squillante e collettiva, rompendo la breve tregua stabilita dalla serrata. All'ora "X", fissata per le tre del pomeriggio, un gruppo di partecipanti ha infatti dato vita a una manifestazione improvvisata negli spazi della fiera, intonando a gran voce "Bella Ciao" e gridando slogan come "Fuori i fascisti dalla fiera". Un momento di forte contrapposizione che ha portato la disputa dalle pagine dei libri e dalle discussioni tra addetti ai lavori alla fisicità di uno spazio pubblico condiviso, trasformando i corridoi tra gli scaffali in un'agorà di conflitto ideologico. Un episodio che, al di là delle posizioni, ha evidenziato la difficoltà di gestire i confini della libertà di espressione in un contesto che di quella libertà dovrebbe essere il tempio laico.
Il nodo irrisolto tra principi e pratiche
L'intera vicenda, al di là degli schieramenti, solleva interrogativi profondi sulle regole non scritte e su quelle scritte che governano gli spazi culturali. La decisione degli organizzatori della fiera di ammettere Passaggio al Bosco, se da un lato si è richiamata a un principio di apertura che evita di ergersi a giudice dei contenuti, dall'altro ha inevitabilmente costretto tutti gli altri partecipanti a fare i conti con una scelta percepita da molti come una legittimazione. La reazione a catena – la protesta, le serrate, le dichiarazioni – dimostra come, in assenza di un quadro chiaro e condiviso, sia il conflitto a diventare l'unico linguaggio possibile. Un conflitto che, come sottolineato da Padellaro, rischia di non avere un termine logico, creando una lista sempre più lunga di esclusi in nome di diverse, e opposte, ortodosie.




