Laura Santi, la libertà di scegliere e l’ultimo addio tra le mura di casa
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Redazione Interno
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Laura Santi, attivista perugina di 50 anni, è morta il 21 luglio nella sua abitazione, dopo aver deciso di porre fine a una vita segnata da una sclerosi multipla in fase avanzata. Accanto a lei, fino all’ultimo istante, il marito Stefano, che l’ha accompagnata non solo negli anni della malattia ma anche nella battaglia per il diritto a una morte dignitosa. A darne notizia è stata l’Associazione Luca Coscioni, di cui Laura era consigliera generale, sottolineando come le sue condizioni, dopo un progressivo e inesorabile peggioramento, fossero diventate “intollerabili”.
La sua storia, fatta di determinazione e impegno civile, si intreccia con quella di altre otto persone che in Italia hanno ottenuto il via libera al suicidio assistito. Un percorso complesso, quello di Laura, segnato da sofferenze fisiche ma anche dalla volontà di affermare un principio: la libertà di scegliere sul proprio corpo. In un messaggio lasciato all’associazione, aveva parlato di un “senso di liberazione” finalmente raggiunto, lontano dall’“inferno quotidiano” che la malattia le aveva imposto.
Negli ultimi mesi, Laura si era battuta per la proposta di legge regionale “Liberi Subito”, che in Umbria ha raccolto oltre 3000 firme. “Non voglio morire oggi, né domani – aveva detto – ma se le mie condizioni restassero queste, resterei”. Una dichiarazione che racchiudeva tutta la sua filosofia: non una rassegnazione, ma la consapevolezza di poter decidere quando e come dire basta.
La sua morte riaccende il dibattito sul fine vita in Italia, dove la legge – nonostante le sentenze della Corte costituzionale – continua a lasciare zone d’ombra. Quello di Laura, però, non è un caso isolato: è l’ultimo capitolo di una battaglia che, tra tribunali e iniziative legislative, vede sempre più persone chiedere di non essere lasciate sole davanti alla sofferenza.




