La tempesta perfetta sui prezzi dei laptop: memorie e processori spingono i rincari verso il 40%
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Il mercato dei personal computer, e dei notebook in particolare, si trova ad affrontare una congiuntura economica che gli analisti definiscono senza precedenti recenti, una tempesta perfetta in cui convergono fattori di costo e di disponibilità dei componenti tali da mettere in seria difficoltà l’intera filiera, dai produttori ai consumatori finali. Le ultime rilevazioni condotte da società specializzate come TrendForce e Omdia dipingono uno scenario piuttosto complesso, dove l’aumento del costo delle materie prime e la corsa all’accaparramento di semiconduttori, alimentata anche dal boom dell’intelligenza artificiale, stanno riscrivendo le regole del mercato. Non si tratta, però, di un rincaro limitato a una singola voce di bilancio, bensì di un incremento che coinvolge due dei componenti più importanti e costosi all’interno di qualsiasi computer portatile: la memoria e il processore.
Secondo un’analisi approfondita di TrendForce, ripresa anche da fonti come PChome, la situazione è destinata a peggiorare nei prossimi mesi, con un impatto diretto sui prezzi al dettaglio che, per i modelli di fascia media, potrebbe avvicinarsi a un preoccupante +40%. L'istituto di ricerca ha preso come riferimento un notebook dal prezzo di listino suggerito di 900 dollari, una configurazione tipica per un vasto pubblico di utenti, per simulare l'effetto combinato dei rincari. La memoria, tra DRAM e SSD, che in condizioni di mercato normali incideva per circa il 15% sul costo totale di produzione, a causa delle continue strette nell'offerta potrebbe arrivare a rappresentarne oltre il 30%. E se questo non bastasse, a complicare il quadro ci si mette anche Intel, che secondo le ricostruzioni degli analisti avrebbe già ritoccato al rialzo i prezzi di alcune delle sue CPU di fascia bassa e di vecchia generazione con incrementi superiori al 15%, preannunciando ulteriori aumenti per le piattaforme più performanti nel corso del secondo trimestre del 2026.
Il peso specifico dei componenti e la strategia dei produttori
La somma di questi due fattori, memoria e processore, porta a un effetto moltiplicatore sul prezzo finale non indifferente. Il processore, va ricordato, è da sempre il cuore pulsante di un PC e, come tale, rappresenta la voce di spesa più consistente nel cosiddetto BOM (Bill of Materials), ovvero l’elenco dei materiali che compongono il dispositivo. L’aumento contemporaneo del costo di queste due voci, spiega TrendForce, porterebbe la loro incidenza combinata sul totale dei costi di produzione dal 45% a quasi il 58%. Un incremento di questa portata, per essere assorbito senza erodere i margini di guadagno, costringerà i brand a rivedere drasticamente i listini, con un aggravio per il consumatore finale che, come detto, potrebbe tradursi in un rincaro vicino al 40% sul prezzo di un modello medio.
La situazione, peraltro, non è omogenea su tutto il mercato e colpisce in modo diverso i vari attori in gioco. La società di ricerca Omdia ha diffuso previsioni altrettanto allarmanti, stimando un calo complessivo delle spedizioni mondiali di PC, inclusi desktop e workstation, del 12% su base annua, per un totale che si attesterebbe attorno ai 245 milioni di unità. Un crollo che sarebbe trainato proprio dalla contrazione nel segmento dei notebook, dove i rincari si fanno sentire con maggiore violenza. A soffrire di più saranno probabilmente i dispositivi di fascia più bassa, quelli con un prezzo inferiore ai 500 dollari, le cui vendite potrebbero crollare del 28% a causa dell'impossibilità per i produttori di assorbire i costi aggiuntivi e per i consumatori di sostenere il prezzo finale. I produttori, in questo contesto, si trovano di fronte a un bivio: ridurre i margini, aumentare i prezzi o rivedere le specifiche tecniche dei propri prodotti, magari riducendo la dotazione di memoria di serie per contenere i listini.
Framework e la trasparenza forzata dei rincari a catena
Un esempio lampante di come questa crisi stia impattando la catena di montaggio è arrivato da Framework, un'azienda californiana che ha fatto della trasparenza e della modularità dei suoi laptop il proprio cavallo di battaglia. In un recente aggiornamento mensile, l'amministratore delegato Nirav Patel ha dovuto comunicare agli utenti una notizia poco piacevole: per la terza volta in pochi mesi, l'azienda è costretta ad aumentare i prezzi dei moduli di memoria RAM. Il costo per gigabyte di RAM DDR5 è passato così dalla forbice di 12-16 dollari dello scorso febbraio a quella attuale di 13-18 dollari, con conseguente rincaro delle configurazioni complete: un kit da 32 GB, ad esempio, ha visto il suo prezzo balzare da 400 a 470 dollari. La motivazione, spiegano da Framework, è da ricercarsi nell'esaurimento delle scorte acquistate a prezzi più vantaggiosi, che ora lasciano il posto a componenti riforniti sul mercato alle nuove, più elevate, quotazioni.
Ma la crisi non risparmia altri comparti. Framework ha segnalato infatti che anche i prezzi per le unità a stato solido (SSD) stanno subendo pressioni al rialzo, con incrementi particolarmente sensibili per i tagli da 500 GB e 1 TB. E a questo si aggiunge un'ulteriore variabile divenuta critica: l'approvvigionamento delle CPU. L'azienda ha lanciato un vero e proprio allarme sulla disponibilità dei processori Intel, in particolare il modello Core i5-1334U utilizzato sul suo laptop Framework Laptop 12, la cui fornitura è limitata a causa di vincoli produttivi legati alla riconversione degli impianti verso chip per l'AI, tanto che alcune configurazioni risultano già esaurite. Tutti questi aumenti si riflettono inevitabilmente sui prezzi dei computer assemblati: il Framework Desktop, nella sua configurazione base con 32 GB di RAM, ha visto il suo prezzo di partenza salire a 1.269 dollari, contro i 1.139 dollari di appena due mesi fa.
Apple, l’effetto “marchio” e la strategia del raddoppio
In un panorama così frammentato e complesso, c’è chi sembra poter affrontare la tempesta con maggiore serenità, o quantomeno con strumenti diversi. Il riferimento è ad Apple, la cui posizione nel mercato dei PC, e in particolare dei notebook, appare meno vulnerabile agli shock di questa natura. Le analisi di Omdia prevedono per i Mac un calo delle spedizioni contenuto intorno al 5%, una flessione molto più lieve rispetto al 12% atteso per i PC Windows o al drammatico -28% dei Chromebook. La ragione di questa maggiore resilienza risiede in una strategia di integrazione verticale che pochi altri possono permettersi: progettando in-house i propri processori della serie M, Apple non solo ha il pieno controllo sulle prestazioni e sull'efficienza, ma si svincola anche dalle fluttuazioni di prezzo e di disponibilità del mercato delle CPU di terze parti, come quelle di Intel e AMD.
E infatti, mentre il resto del mercato trema all'idea di dover ritoccare i listini, Apple ha recentemente svelato i nuovi MacBook Air e MacBook Pro con chip M5, M5 Pro e M5 Max, e lo ha fatto adottando una politica di pricing molto particolare, che alcuni analisti hanno già ribattezzato la "strategia del raddoppio". In sostanza, l'azienda di Cupertino ha aumentato i prezzi di listino dei nuovi modelli, ma ha contestualmente raddoppiato la memoria di archiviazione di base: il nuovo MacBook Air con M5 parte ora da 512 GB (contro i 256 GB del modello precedente) a un prezzo di 1.099 dollari, cento in più del passato. Una mossa che, di fatto, rende l'aumento più digeribile per l'utente, il quale riceve un hardware oggettivamente superiore pagando un sovrapprezzo che, se rapportato alle logiche di mercato degli upgrade di storage, risulta persino conveniente. Un modo elegante, insomma, per assorbire i rincari delle memorie senza rinunciare ai margini, spostando l'intera fascia di prodotto verso un livello superiore e allontanandosi così dal segmento più competitivo e massacrato dalla crisi dei componenti.




