Heineken, il taglio di 6.000 posti arriva in Regione: “Vogliamo sapere se e come i siti lombardi saranno coinvolti”
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Redazione Economia
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La comunicazione ufficiale del Gruppo Heineken, diffusa nella giornata di mercoledì contestualmente alla presentazione del bilancio relativo all’esercizio 2025, non lasciava spazio a particolari interpretazioni: il secondo produttore mondiale di birra, realtà che impiega circa 87.000 persone a livello globale e che controlla in Italia marchi identitari come Birra Moretti, Ichnusa e Dreher, ha pianificato una riduzione dell’organico compresa tra le 5.000 e le 6.000 unità; una manovra che inciderà per quasi il sette per cento della forza lavoro e che verrà dispiegata nell’arco del prossimo biennio, con un’incidenza territoriale che – secondo le dichiarazioni rilasciate dal chief financial officer Harold van den Broek – si concentrerà prevalentemente sul continente europeo e su quei mercati considerati non prioritari in termini di prospettive di crescita, mentre il quartier generale di Amsterdam, dove operano attualmente 3.700 dipendenti, dovrebbe essere sostanzialmente preservato -1-5-9.
Di fronte a questa riorganizzazione, i cui contorni operativi restano per molti aspetti ancora indefiniti – l’azienda non ha specificato né la distribuzione geografica dettagliata degli esuberi né le famiglie professionali che verranno maggiormente colpite, limitandosi a evocare interventi sulla rete di fornitura, sulle sedi centrali e sulle unità operative regionali –, la consigliera regionale lombarda del Movimento Cinque Stelle, Paola Pizzighini, ha annunciato il deposito formale di una richiesta di audizione presso la IV Commissione Attività Produttive di Regione Lombardia; un’iniziativa che mira a ottenere dalla multinazionale olandese, o quantomeno dai suoi rappresentanti italiani, un quadro chiaro e vincolante circa le possibili ricadute della manovra sugli stabilimenti e sulle strutture commerciali presenti sul territorio lombardo, dove il gruppo opera con diverse realtà produttive e logistiche.
I numeri del piano e il paradosso del Titolo in Borsa
La decisione del gruppo fondato nel 1864 da Gerard Adriaan Heineken, sebbene presentata dalla dirigenza come una misura necessaria per «accelerare la produttività in grande scala» e per generare quei risparmi significativi da reindirizzare verso investimenti in innovazione e sviluppo, poggia su fondamenta economiche che gli analisti finanziari, nella loro consueta lettura dei bilanci, hanno definito per certi versi contraddittorie: il 2025 si è infatti chiuso con ricavi netti pari a 28,9 miliardi di euro – in crescita dell’1,6 per cento sull’esercizio precedente – e con un utile operativo organico attestatosi a 4,4 miliardi di euro, in aumento del 4,4 per cento e leggermente superiore alle previsioni medie degli analisti che avevano ipotizzato un +4 per cento; l’utile netto, dal canto suo, ha fatto registrare un +4,9 per cento arrivando a 2,7 miliardi di euro -1-5-6.
Eppure, nonostante queste performance di conto economico, i volumi di birra venduta hanno subito una flessione dell’1,2 per cento su base annua – calo che in alcune aree geografiche, in particolare Europa e Americhe, ha toccato punte del 2,4 per cento – e questo ha indotto il management a rivedere al ribasso le guidance per l’esercizio in corso, fissando una crescita attesa degli utili in un range compreso tra il 2 e il 6 per cento, rispetto alla forbice del 4-8 per cento che era stata comunicata in precedenza; il mercato azionario, nella sua logica spesso spietata e algidamente efficiente, ha premiato immediatamente l’annuncio dei licenziamenti facendo balzare il titolo del 3,9 per cento alla Borsa di Amsterdam, dove le azioni hanno superato quota 77 euro, quasi a certificare che il valore per gli azionisti e la tenuta occupazionale viaggiano ormai su binari paralleli destinati a non incontrarsi mai -1-5-10.
Le ragioni di una crisi settoriale che viene da lontano
La mossa di Heineken, per quanto traumatica nelle sue dimensioni quantitative, non rappresenta affatto un fulmine a ciel sereno né un episodio isolato nel panorama delle bevande alcoliche; il settore, infatti, sta attraversando una fase di trasformazione strutturale che ha già indotto competitor diretti come Carlsberg – anch’essa alle prese con una flessione dei consumi – a ipotizzare riduzioni dell’organico, sebbene senza ancora averne quantificato la portata, e che ha costretto colossi degli spirits come Diageo e Pernod Ricard a rivedere le proprie reti commerciali e a bloccare di fatto nuove assunzioni -5-9.
All’origine di questa contrazione della domanda, spiegano i report diffusi dalla stessa multinazionale, non vi è soltanto la pressione inflazionistica che ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie europee, ma anche un mutamento antropologico nelle abitudini di consumo, particolarmente marcato tra le generazioni più giovani – i cosiddetti Gen Z – le quali mostrano una propensione all’acquisto di bevande alcoliche significativamente inferiore rispetto ai coetanei di vent’anni fa, prediligendo prodotti a basso contenuto alcolico, varianti zero alcol o, più semplicemente, stili di vita orientati al benessere e alla salute; alcuni analisti, nelle loro note, hanno persino evocato l’impatto di farmaci dimagranti come Mounjaro e Wegovy sull’appetito complessivo per cibi e bevande ipercaloriche, a riprova di quanto il fenomeno sia complesso e stratificato -2-5.
L’incognita sul futuro dei siti italiani e il ruolo della politica regionale
La richiesta di audizione depositata da Paola Pizzighini, che verrà ora calendarizzata dalla IV Commissione presieduta dall’esponente leghista e già assessore regionale Alessandro Fermi, intende varcare la soglia delle generiche dichiarazioni di principio per ottenere elementi fattuali e verificabili: i siti lombardi, ed in particolare lo stabilimento situato nell’hinterland milanese a Sesto San Giovanni – area storicamente vocata alla grande industria e oggi sempre più fragile dal punto di vista occupazionale – potrebbero essere inclusi tra quelli destinati a subire contrazioni di personale, oppure la manovra si concentrerà esclusivamente sulle strutture direzionali e commerciali estere, preservando in questo modo l’apparato produttivo italiano che pure aveva conosciuto, negli ultimi anni, alcuni significativi investimenti in ammodernamento?
Domande, queste, alle quali il management italiano della controllata – che fa capo alla capofila olandese – dovrà necessariamente fornire risposte circostanziate, pena l’inasprimento di un clima di relazioni industriali che, anche a causa dell’uscita di scena dell’amministratore delegato Dolf van den Brink, prevista per il prossimo mese di maggio dopo sei anni di guida caratterizzati da pressioni crescenti degli investitori sulla redditività e sulla produttività, rischia di diventare ulteriormente incerto e opaco -2-3-8.




