Heineken taglia fino a seimila posti, il calo del consumo tra i giovani pesa più delle previsioni di bilancio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La multinazionale olandese, che pure ha chiuso il 2025 con ricavi netti per 28,9 miliardi di euro e un utile operativo in crescita del 4,4 per cento, ha comunicato l’avvio di una riorganizzazione destinata a ridurre la forza lavoro globale di una cifra compresa tra le cinquemila e le seimila unità; il taglio, che inciderà per quasi il sette per cento sugli ottantasettemila dipendenti attuali, sarà concentrato nei prossimi ventiquattro mesi e riguarderà in modo particolare le strutture europee e quei mercati giudicati non prioritari -1-2-9. L’annuncio, diffuso l’undici febbraio in contemporanea con la pubblicazione dei dati annuali, è stato accolto dagli investitori con un rialzo del Titolo superiore al tre per cento alla Borsa di Amsterdam – segno che la promessa di risparmi lordi per quattrocento-cinquecento milioni di euro all’anno, ottenuti attraverso quella che l’azienda stessa definisce una “accelerazione della produttività su larga scala”, ha di fatto sopravanzato ogni cautela legata all’erosione dei volumi -1-9.

Il paradosso dei conti e lo spettro del calo strutturale

Se i bilanci mostrano una redditività superiore alle attese – l’utile netto è salito a 2,7 miliardi, la marginalità operativa è migliorata di quarantuno punti base – è la flessione dell’1,2 per cento nei volumi complessivi di birra venduta a rivelare il vero nervo scoperto del settore -1-10. Non si tratta, spiegano i rapporti diffusi dalla sede di Amsterdam, di una contrazione ciclica legata all’inflazione o ai conflitti commerciali, per quanto anche quelli abbiano inciso; il fenomeno che sta riscrivendo le strategie dei grandi birrai è piuttosto il progressivo e ormai inequivocabile allontanamento dei nati dopo il 1995 dalle bevande alcoliche -1. Negli Stati Uniti, dove Trump siede nuovamente alla Casa Bianca, la percentuale di consumatori regolari sotto i trent’anni è crollata al venti per cento, dieci punti in meno rispetto alla media delle generazioni precedenti, e il dato viene replicato con poche variazioni anche nei mercati europei -1.

La risposta del secondo produttore mondiale – dietro soltanto ad Anheuser-Busch InBev – si articola su due livelli. Da un lato il contenimento dei costi attraverso la riduzione del personale e la chiusura o il ridimensionamento di alcuni stabilimenti; dall’altro la scommessa industriale sulle versioni analcoliche, un segmento che ha già assorbito investimenti consistenti e che richiederà ulteriori risorse per adeguare linee produttive e strategie di marketing -1-4. L’amministratore delegato uscente Dolf van den Brink, che lascerà la guida a fine maggio dopo sei anni, aveva preparato il terreno nei mesi scorsi annunciando quattrocento esuberi nel quartier generale olandese e la progressiva espansione del centro servizi globale, destinato ad assorbire funzioni prima distribuite nei singoli paesi -5.

L’impatto italiano tra marchi storici e incertezza

In Italia la presenza di Heineken conta circa duemila addetti distribuiti negli stabilimenti di Assemini, Comun Nuovo, Massafra e Pollein, impianti che producono alcuni dei marchi più radicati nella tradizione nazionale come Birra Moretti, Ichnusa, Dreher e Birra Messina -1. La comunicazione ufficiale non ha fornito indicazioni puntuali su quali sedi o quali brand possano essere coinvolti nella riorganizzazione, ma l’indicazione secondo cui i tagli si concentreranno in Europa e nelle aree a minore rendimento lascia aperto ogni scenario; i vertici della consociata italiana non hanno rilasciato dichiarazioni e al momento non risultano incontri convocati con le rappresentanze sindacali -1. Il clima, in ogni caso, è quello di un settore che ha smarrito la propria inerzia: anche Carlsberg, altro gigante scandinavo, ha archiviato il 2025 con volumi in sofferenza e una previsione di crescita dell’utile operativo per il 2026 ridotta tra il due e il sei per cento, pur avendo beneficiato dell’acquisizione di Britvic per consolidarsi nel segmento analcolico -7-8.

Non è solo questione di astinenza ideologica o di mode come il Dry January. Il dato che emerge dalle analisi condotte sui portafogli azionari è che il mercato ha cominciato a scontare una mutazione antropologica: negli ultimi cinque anni i produttori di bevande analcoliche hanno guadagnato il settantuno per cento in Borsa mentre i colossi dell’alcol hanno perso il venti, un differenziale che rende impraticabile qualsiasi strategia attendista -6. Per Heineken, che pure può contare su marchi premium in crescita – Heineken Silver ha messo a segno un +29,1 per cento in ventisette mercati – il problema non è tanto difendere le quote quanto ridefinire la natura stessa del prodotto -10.

La macchina produttiva si riallinea sul zero alcol

Il piano EverGreen 2030, presentato come cornice strategica della riorganizzazione, prevede il trasferimento di circa tremila posizioni verso modelli operativi multinazionali e l’eliminazione di ulteriori cinquemila-seimila ruoli nella catena di fornitura; l’obiettivo dichiarato è liberare risorse per l’innovazione, con un’accelerazione dei progetti legati all’intelligenza artificiale e un aumento esponenziale dei test sui nuovi prodotti a gradazione zero -4-10. La cassa integra utili per oltre due miliardi e mezzo di euro consente all’azienda di affrontare la transizione senza l’assillo dell’indebitamento, ma la revisione al ribasso delle guidance per l’esercizio in corso – la crescita attesa dell’utile operativo è stata ridotta dal quattro-otto per cento al due-sei – dimostra che il management non si illude circa la rapidità di una inversione di tendenza -2-9.

I consumatori più giovani, quelli che i rapporti di settore definiscono zoomers, non stanno semplicemente riducendo il consumo di alcol; lo stanno sostituendo con bibite funzionali, energy drink e birre senza alcool, e lo fanno con una coerenza che ha colto impreparata un’industria abituata per decenni a una domanda in continua espansione. Heineken, con questo piano, tenta di recuperare il terreno perduto, ma la decisione di tagliare seimila posti mentre i conti sono ancora in attivo suona come una resa dei conti con la propria storia produttiva: l’efficienza non si insegue a volume d’affari invariato, e il risparmio sui costi diventa l’unica leva quando il prodotto stesso non è più desiderabile per chi rappresenta il futuro del mercato.

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