Il retroscena su Hadjar e il caso Tsunoda: boxe, mercato e il nuovo verdetto sulla F1 2026
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Redazione Sport
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Un anno fa il podio a sorpresa, capace di lasciare tutto il paddock a bocca aperta; quest’anno la panchina, con un fine settimana di gara terminato ancor prima di poter salire in macchina. Dura da accettare, per Isack Hadjar, eppure stavolta il destino ha preso una piega differente, segnata da un colpo di scena che affonda le radici in un’attività tutt’altro che usuale per un pilota di F1.
Mercoledì la Red Bull ha ufficializzato la rinuncia del francese al Gran Premio di Zandvoort, attribuendo il forfait a un infortunio al polso rimediato durante una sessione di boxe in allenamento: un episodio che ha subito sollevato più di un interrogativo, considerando che Hadjar, in un primo momento, aveva espresso la ferma intenzione di scendere in pista lo stesso, nonostante il dolore e i primi referti medici. E se il recupero sembrava possibile, stando alle sue stesse dichiarazioni informali, qualcosa deve averne impedito il rientro in extremis.
A far pendere l’ago della bilancia, in un clima già teso per le dinamiche interne al team, potrebbe esserci stata una telefonata inaspettata, quella di un certo Marc Marquez, il quale, a quanto pare, avrebbe avuto un ruolo non secondario nella decisione della scuderia anglo-austriaca. Il pilota spagnolo, reduce da una stagione di rilancio e abituato a lottare contro i propri limiti fisici, avrebbe consigliato cautela al giovane transalpino, spingendolo a non forzare il rientro e a evitare rischi inutili in un campionato che sta già mettendo a dura prova la resistenza di molti.
Tsunoda e la sensazione del debuttante
Mentre Hadjar osserva la gara da bordo pista, dall’altra parte del garage c’è chi il fine settimana lo vive con occhi completamente nuovi. Yuki Tsunoda, dopo otto mesi di attesa e un ruolo da terzo pilota che sembrava ormai averlo condannato a un destino di comparsa, si è ritrovato improvvisamente catapultato nel Circus della Formula 1 con una responsabilità che non si aspettava più.
Il giapponese, a Zandvoort, ha dovuto fare i conti con una realtà che non conosceva: quella della monoposto 2026, un bolide dalle caratteristiche tanto rivoluzionarie quanto insidiose, che ha trasformato il suo ritorno in una vera e propria prova del fuoco.
Alla fine delle qualifiche, il 12esimo posto in griglia con la Racing Bulls, a due posizioni dal compagno di squadra Arvid Lindblad, potrebbe sembrare un risultato nella media, ma il dato che pesa è il distacco di quattro decimi dal pilota svedese, un margine importante se si considera che per Tsunoda si è trattato del primo effettivo contatto con la nuova generazione di vetture, al di là del lavoro al simulatore che, come spesso accade, non rende giustizia alla fisicità e alle reazioni reali della macchina in pista.
Eppure, Yuki non nasconde una certa soddisfazione, quasi fosse sorpreso di essere ancora lì, a combattere per una posizione, dopo che la Red Bull lo aveva messo in un angolo, promuovendo Lawson e relegandolo a spettatore di lusso. Ma ciò che più colpisce delle sue dichiarazioni è l’onestà con cui ammette di sentirsi come un debuttante, nonostante i cinque anni di esperienza alle spalle.
La rivoluzione tecnica che spiazza tutti
Dopo cinque anni di Formula 1 ci si può davvero sentire di nuovo come un rookie? La risposta, per Tsunoda, è un secco sì, soprattutto se si è rimasti fermi per circa otto mesi mentre lo sport attraversava una delle rivoluzioni più profonde della sua storia.
Il giapponese, al volante della Racing Bulls per sostituire Liam Lawson – a sua volta promosso al posto dello sfortunato Hadjar – ha descritto con parole chiare un fenomeno che molti piloti avevano già accennato ma che nessuno aveva ancora verbalizzato con tanta precisione: la F1 2026 è un’altra cosa rispetto al passato, e non solo per chi la guida per la prima volta.
Le vetture di quest’anno, con le loro aerodinamiche attive e la gestione ibrida spinta al limite, impongono uno stile di guida talmente diverso che persino un veterano come Tsunoda si è trovato spaesato, costretto a reimparare le traiettorie e i punti di frenata. “Nella Sprint sono rimasto sorpreso di come frenassero presto alla prima curva”, ha ammesso Yuki, riferendosi al comportamento inaspettato delle monoposto rispetto a ciò che aveva memorizzato negli anni precedenti.
Un’osservazione che, sebbene possa sembrare tecnica, finisce per toccare il nodo caldo del dibattito attuale, quello sulla vera natura di queste nuove frecce d’argento.
Verstappen aveva ragione, Tsunoda lo conferma
Molti, all’inizio della stagione, avevano liquidato le critiche di Max Verstappen come semplici sfoghi da campione deluso, attribuendo le sue frecciate alla scarsa competitività della Red Bull piuttosto che a un giudizio oggettivo sulla bontà del regolamento. Il pilota olandese, fin dai test prestagionali in Bahrain, non aveva usato mezzi termini nel bocciare questa nuova era tecnica, definendola con una battuta destinata a fare il giro del mondo: “È una Formula E sotto steroidi”.
Un’espressione forte, che molti avevano archiviato come un’esagerazione dettata dalla frustrazione, frutto del divario con una McLaren che sembrava volare su un altro pianeta. E invece, a distanza di mesi, le parole di Verstappen trovano una clamorosa conferma in chiunque si sieda al volante delle vetture 2026. Se persino un pilota tradizionalmente equilibrato e poco incline alle polemiche come Yuki Tsunoda esprime forti perplessità su queste vetture, allora un fondo di verità esiste per davvero.
Il giapponese, che non ha alcun interesse a difendere l’operato della Red Bull o a giustificare eventuali ritardi tecnici, si è limitato a descrivere ciò che prova in pista, e il suo racconto coincide con quello di Verstappen: auto pesanti, poco reattive in curva, con un’erogazione di potenza che stravolge il concetto tradizionale di guida aggressiva.
Un paradosso, per una categoria che punta a essere lo scenario delle massime performance automobilistiche, ma che rischia di trasformarsi in un campionato di gestione energetica e consumi, dove l’abilità del pilota passa in secondo piano rispetto alla strategia di recupero della batteria.
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