Scontro diplomatico Regno Unito-Israele: Londra sanziona i coloni in Cisgiordania, Tel Aviv chiude il consolato a Gerusalemme

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha formalizzato alla Camera dei Comuni una serie di misure restrittive che segnano una svolta netta nella politica del governo laburista nei confronti di Israele. L'annuncio, che vieta l'importazione di merci provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, è stato accompagnato da una dura accusa: nelle aree occupate, secondo Miliband, è in atto una "pulizia etnica" perpetrata da "terroristi coloni", un fenomeno di fronte al quale l'esecutivo di Benjamin Netanyahu ha "troppo spesso chiuso un occhio".

Le sanzioni dei dodici paesi e la frattura con gli Stati Uniti

L'iniziativa di Londra non è rimasta isolata ma ha trovato immediato riscontro in una dichiarazione congiunta di altri undici paesi, tra cui Francia, Canada, Danimarca, Spagna, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo e Svezia.

La nota, diffusa dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, sottolinea la volontà di "imporre restrizioni nazionali al commercio di beni con gli insediamenti considerati illegali dal diritto internazionale", una decisione giustificata dall'espansione sfrenata della colonizzazione e dalle violenze che mettono a repentaglio la stessa sicurezza di Israele e la possibilità di una soluzione a due Stati.

Sul fronte opposto si è collocata l'amministrazione Trump: il Segretario di Stato Marco Rubio, partendo per un viaggio in America Latina, ha escluso che gli Stati Uniti seguiranno l'esempio britannico. "Ovviamente, non faremo ciò che ha fatto il Regno Unito", ha dichiarato Rubio, aggiungendo che Washington non vuole vedere "nulla che destabilizzi la situazione in Cisgiordania in questo momento".

La risposta israeliana: chiusura del consolato e divieto d'ingresso per dodici parlamentari

La reazione di Tel Aviv non si è fatta attendere e ha assunto i contorni di una vera e propria rappresaglia diplomatica. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, l'area della città annessa da Israele e non riconosciuta come tale dalla maggior parte della comunità internazionale, che svolgeva funzioni di rappresentanza presso l'Autorità Nazionale Palestinese.

La chiusura dell'ufficio diplomatico è solo una delle quattro contromisure decise da Israele, che ha inoltre disposto l'espulsione dei rappresentanti britannici dal centro di coordinamento per la tregua a Gaza e la sospensione del programma di addestramento delle forze di sicurezza palestinesi da parte di istruttori inglesi.

Il provvedimento più eclatante è tuttavia la pubblicazione di una lista nera che vieta l'ingresso in Israele a dodici cittadini britannici, per la maggior parte parlamentari, tra cui spiccano i nomi degli ex leader laburisti Jeremy Corbyn e Diane Abbott, insieme a quello di Zarah Sultana.

Il contesto politico e le implicazioni economiche

Lo scontro diplomatico si inserisce in un contesto politico particolarmente teso, a pochi giorni dalle elezioni israeliane previste per il 27 ottobre. Saar ha definito le accuse di Miliband "bugie oltraggiose" e ha accusato il governo laburista del premier Andy Burnham di "interferenza palese negli affari di uno Stato sovrano" e nel suo processo elettorale, proprio mentre il governo Netanyahu rilasciava i bandi per la costruzione di 1.200 nuove case nell'area di E1, a est di Gerusalemme.

Sul piano commerciale, le sanzioni britanniche, che richiederanno diversi mesi per essere implementate, rappresentano un gesto di forte valore simbolico ma di impatto economico limitato, considerato che le merci provenienti dagli insediamenti, prevalentemente prodotti agricoli come datteri, avocado e vino, costituiscono una frazione minima dei 6 miliardi di sterline di scambi annuali tra i due paesi.

Nonostante la portata contenuta, il precedente creato da Londra, che ha già sospeso oltre trenta licenze per la vendita di armi a Israele, apre uno scenario di crescente isolamento per lo Stato ebraico in Europa, sebbene la cautela di paesi come Germania e Repubblica Ceca lasci intendere che l'unanimità su un eventuale embargo totale sia ancora lontana.

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