Moser contro Saronni: «È sempre polemico, gli ha dato di volta il cervello»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   A distanza di oltre quarant’anni dalle sfide che hanno segnato un’epoca del ciclismo italiano, la rivalità tra Francesco Moser e Giuseppe «Beppe» Saronni non accenna a spegnersi. Il campione trentino, ospite della trasmissione «Un Giorno da Pecora» su Rai Radio1, è tornato a parlare del rapporto con il suo storico avversario con toni tutt’altro che distesi, sostenendo che l’ex corridore lombardo continui a mantenere un atteggiamento polemico nei suoi confronti.

Un confronto che non si è mai chiuso

«Noi non siamo mai andati d’accordo e continuiamo a non andarci nemmeno oggi, perché Saronni è sempre polemico», ha dichiarato Moser nel corso dell’intervista radiofonica. Il riferimento, neppure troppo velato, è alle recenti esternazioni dell’ex rivale, che secondo il trentino avrebbe rinfacciato accuse mai digerite sul Giro d’Italia del 1984. «L’ho anche invitato a casa, abbiamo fatto dei pranzi e pedalato insieme», ha raccontato Moser, «poi improvvisamente non so se gli ha dato di volta il cervello ma si è messo a fare dichiarazioni di ogni tipo. Ha detto che gli ho rubato un Giro d’Italia, ma le classifiche mica le faccio io».

La ferita del 1984 e il duello infinito

Il Giro che Moser vinse nel 1984 resta il nodo attorno al quale ruotano le recriminazioni di Saronni. Quell’edizione della corsa rosa si decise all’ultima tappa, una cronometro di 42 chilometri da Soave a Verona, dove il trentino recuperò lo svantaggio che lo separava dal francese Laurent Fignon e conquistò la maglia rosa proprio all’interno dell’Arena.

Moser quel giorno utilizzò una bicicletta con ruote lenticolari, simile a quella impiegata pochi mesi prima per battere il record dell’ora a Città del Messico, un mezzo che pochi anni dopo sarebbe stato vietato proprio per i vantaggi aerodinamici che garantiva. Fu una vittoria che alimentò polemiche durature, con Saronni che negli anni ha più volte sostenuto che quel successo fosse stato favorito da scelte tecniche e mediche all’epoca consentite ma riservate a pochi, incluso il supporto del professor Francesco Conconi.

Caratteri inconciliabili

La distanza tra i due campioni affonda le radici in caratteri profondamente diversi, emersi con evidenza nel corso della loro carriera agonistica. Saronni, arrivato nel professionismo quando Moser era già una figura dominante, ha più volte rivendicato di averlo battuto con regolarità anche sul piano dialettico, definendolo «goffo e lento nell’esprimersi» e sostenendo che il trentino non avesse mai digerito quelle sconfitte televisive.

Moser, dal canto suo, ha replicato in diverse occasioni ricordando la longevità della propria carriera agonistica, durata quindici anni ai vertici, contro una permanenza più breve dell’avversario. Eppure, nonostante le stoccate pubbliche, lo stesso trentino ha ammesso che tra i due ci sono stati anche momenti di frequentazione, pranzi e uscite in bicicletta, segno di un rapporto che oscilla tra la conflittualità e una reciproca, antica consuetudine.

Le parole di oggi e il peso della storia

L’intervista a «Un Giorno da Pecora» ha toccato anche altri temi, dalla politica al presente del ciclismo, ma è stato il capitolo Saronni a catalizzare l’attenzione. Moser, del resto, non è nuovo a dichiarazioni di questo tenore: già in passato aveva definito l’ex rivale un «ipocrita» e aveva annunciato l’intenzione di non volergli più parlare, salvo poi ridimensionare la portata di quelle affermazioni.

La stoccata di oggi si inserisce dunque in una sequenza di schermaglie che dura da decenni e che continua ad alimentare l’interesse attorno a una delle contrapposizioni sportive più longeve del panorama italiano. Le classifiche, come ha tenuto a precisare il campione trentino, restano però scolpite nei risultati ufficiali, indipendentemente dalle recriminazioni che ancora accompagnano quella vittoria.

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