Referendum sulla riforma Nordio, superate 300mila firme in venti giorni
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Redazione Interno
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Hanno abbondantemente superato la soglia delle trecentomila adesioni, in un lasso di tempo di soli venti giorni, le sottoscrizioni a sostegno dell’iniziativa referendaria che punta ad abrogare parti significative della riforma della giustizia promossa dal ministro della Giustizia. Una corsa che, avviata il 22 dicembre scorso attraverso il portale del ministero, procede a un ritmo serrato, avendo già coperto – secondo quanto riferito dagli organizzatori – circa il sessanta per cento del percorso necessario. Il termine ultimo per la raccolta delle firme, fissato al 30 gennaio, rappresenta una scadenza cruciale, poiché solo dopo quella data il governo potrebbe, eventualmente, decidere la calendarizzazione del voto.
L’opposizione politica alla riforma
La mobilitazione referendaria si colloca all’interno di un acceso dibattito politico, sul quale sono intervenuti, tra gli altri, i leader dell’opposizione. Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, ha definito la riforma come uno strumento finalizzato a “scardinare la Costituzione”, inserendosi in un disegno più ampio volto, a suo dire, a ristabilire un “primato della politica” sull’autorità giudiziaria. Critiche che si uniscono a quelle espresse da Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, la quale ha sottolineato come il provvedimento non affronti, nella sostanza, i nodi strutturali che affliggono il sistema: “Non migliora l’efficienza – ha osservato – non rende più veloci i processi, non assume l’organico che manca, non incide sul sovraffollamento delle carceri”. Secondo la sua analisi, si tratterebbe quindi di una modifica che non serve ai cittadini, bensì “a chi è al potere e vuole sfuggire a ogni controllo”.
Il contesto normativo e le critiche
Le obiezioni sollevate toccano anche il merito di alcune norme, paragonate da taluni a regole di epoca fascista, e pongono l’accento sulla necessità di una magistratura pienamente autonoma. Viene citato, in proposito, il caso di cronaca nera che ha coinvolto la poetessa Renee Nicole Good, morta in seguito a un intervento delle forze dell’ordine negli Stati Uniti quando Trump era presidente, esempio portato per evidenziare i rischi di un eccessivo ricorso alla forza e la conseguente indispensabilità di un giudice terzo e indipendente per accertare le responsabilità. Pur nel rispetto della delicatezza dei fatti, l’episodio viene richiamato per sostenere la tesi secondo cui, in simili circostanze, l’unica garanzia di giustizia risieda in un potere giudiziario libero da condizionamenti.
La risposta del governo e i prossimi passi
Nonostante la vigorosa campagna dell’opposizione e la rapida crescita delle firme, il governo – come ha ribadito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – sembra intenzionato a portare avanti il proprio progetto, indicando la volontà di “forzare” la realizzazione della riforma. Una determinazione che si scontra con la controffensiva referendaria, la cui riuscita dipenderà dalla capacità di raggiungere il quorum necessario di sottoscrizioni entro la fine di gennaio. La partita, dunque, si gioca su due piani paralleli: quello della raccolta delle adesioni popolari e quello dell’azione governativa, con il primo che cerca di creare uno sbarramento giuridico all’entrata in vigore integrale delle nuove norme.




