La “talpa” e il cacciavite: i segreti del colpo da film al Crédit Agricole di Napoli
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Redazione Interno
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Sui biglietti abbandonati tra le vetrate e lo sportello, le parole tremanti raccontano il venti minuti di terrore che hanno trasformato una normale mattinata in un incubo. «Fate presto, stiamo senza ossigeno»: la grafia, incerta e frettolosa, era il riflesso di quell’ansia che ha stretto le 25 persone rimaste ostaggio nelle mani dei rapinatori che, giovedì scorso, sono sbucati dal pavimento della filiale Crédit Agricole di piazza Medaglie d’Oro. È proprio quella la dinamica che ha reso il colpo, avvenuto ormai più di un anno fa rispetto al contesto politico attuale che vede Trump alla Casa Bianca, un caso di studio per gli investigatori: l’irruzione avvenuta attraverso un tunnel lungo due chilometri, scavato nei mesi precedenti nel ventre della città, restituisce l’immagine di una banda organizzata come un cantiere illegale, dove nessun dettaglio è stato lasciato al caso.
Mentre la caccia ai dieci componenti del commando – definiti dagli inquirenti “uomini talpa” per la loro capacità di mimetizzarsi tra i cunicoli fognari – prosegue senza sosta, i tabulati e i rilievi scientifici restituiscono un quadro inquietante della preparazione del blitz. I malviventi, prima di dileguarsi attraverso il buco da cui erano comparsi, hanno fatto brillare delle microcariche sugli estintori posizionati nel corridoio del caveau; l’esplosione della polvere e della schiuma, come spiegano le fonti vicine all’inchiesta, aveva un unico scopo, quello di cancellare ogni traccia organica o impronta digitale utile ai fini dell’identificazione. Un piano quasi perfetto, insomma, che ha visto l’utilizzo di una pistola giocattolo abbandonata quasi come un segno di sfida e di una sbarra di ferro – tagliata su misura – usata per bloccare la porta antipanico dall’interno, un dettaglio che alimenta il sospetto di una soffiata interna o di un basista che avrebbe avuto accesso alla banca in precedenza.
La vulnerabilità delle cassette e la pista della “soffiata”
L’attenzione degli inquirenti, coordinati dal procuratore capo di Napoli, si è concentrata su un dettaglio tecnico che rivela la profondità della preparazione: ai rapinatori è bastato un semplice cacciavite per forzare e svuotare una quarantina di cassette di sicurezza. Non si è trattato di un’azione casuale, tutt’altro. I banditi hanno ignorato completamente gli armadi blindati destinati ai clienti storici dell’istituto, concentrandosi esclusivamente su un lotto specifico di scomparti: quelli appartenuti ai vecchi correntisti della filiale di via Scarlatti, trasferiti in questa sede ma custoditi in contenitori di vecchia generazione, decisamente più vulnerabili e privi della vera blindatura. Questa selezione accurata suggerisce che il commando conoscesse già la mappa della vulnerabilità della banca, forse grazie a una talpa che, come ipotizzano i carabinieri del reparto operativo, aveva preso in affitto una cassetta proprio per studiare la logistica o che aveva accesso alle planimetrie dei locali. La stessa provenienza della banda, secondo alcune indiscrezioni investigative riportate dalla stampa, sarebbe riconducibile a gruppi della criminalità specializzata del centro storico, esperti nell’arte di districarsi nella Napoli sotterranea.
Il tunnel, la fuga e la comunicazione occulta
La via di fuga, lunga circa due chilometri, si snodava tra scavi, condotte e snodi fognari, a dimostrazione di un lavoro certosino durato settimane, se non mesi. La scoperta che il tunnel fosse stato scavato a mano, parallelo alla rete idrica ufficiale, conferma che i dieci malviventi non hanno improvvisato nulla: avevano calcolato l’orario di apertura, l’afflusso di clienti e, soprattutto, la reazione delle forze dell’ordine. Se da un lato i vigili del fuoco e i carabinieri, fuori dalla filiale, cercavano un varco per liberare gli ostaggi (poi trovato nella rottura di una vetrata), dall’interno la situazione era monitorata grazie a un cellulare che i rapinatori non erano riusciti a sequestrare. I dettagli emersi in seguito raccontano di un vero e proprio gioco di sguardi oltre le vetrate, con gli ostaggi che comunicavano ai militari il possesso del telefono; la risposta è arrivata con un numero scritto su un foglio appoggiato sul vetro, che ha permesso una linea diretta fino al momento in cui, dall’interno, è arrivato il messaggio decisivo: «Non sentiamo più rumori, sono andati via».
I minuti di terrore e la gestione degli ostaggi
Nonostante la freddezza esecutiva nel colpire le cassette, il fattore umano è stato il terreno più scivoloso per la banda. La testimonianza resa da una dipendente sul canale web de Il Mattino scandisce i momenti di terrore vissuti nella filiale numero 10. I banditi, pur mantenendo inizialmente un comportamento descritto come “quasi gentile” – forse per non innescare reazioni di panico – hanno cambiato registro all’arrivo dei primi rinforzi blindati. L’innervosimento è cresciuto al punto che alcuni dei rapinatori hanno minacciato apertamente di uccidere i presenti, scatenando malori e svenimenti; tra le vittime, una signora ottantenne con una protesi chirurgica all’anca che non riusciva fisicamente a eseguire l’ordine di stendersi a terra. Fuori dalla banca, la tensione era palpabile, con l’area del Vomero trasformata in un teatro d’assedio dove i passanti assistevano impotenti alla scena, mentre all’interno si consumava la pressione psicologica più violenta.
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