Omicidio a Vasto, l’autopsia conferma i tre colpi d’accetta. Il padre davanti al gip: “È distrutto ma potrebbe parlare”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il silenzio di una cella d’isolamento, rotto solo dal pianto e da rari momenti di lucidità, racconta lo stato d’animo di Antonio Sciorilli, il 52enne dirigente della Asl che domenica scorsa, al culmine di una lite domestica, ha ucciso il figlio Andrea di 21 anni con tre colpi d’ascia. Rinchiuso nel carcere di Torre Sinello, l’uomo sta trascorrendo le ore che precedono l’udienza di convalida del fermo – fissata per domani mattina – in una condizione di profondo shock, alternando una stanchezza quasi animale a improvvise esigenze di chiarire quanto avvenuto tra le mura dell’abitazione di una traversa della circonvallazione Istoniense. Il suo legale, l’avvocato Alessandro Orlando, ha avuto modo di incontrarlo già una prima volta, trovandolo “ancora confuso e distrutto”, tanto che la decisione se rispondere o meno alle domande del giudice per le indagini preliminari è stata rimessa allo stato d’animo del momento: “Domani lo rivedremo e deciderà lui, in base a come si sentirà”.

Le risultanze del medico legale e i reati contestati

Sul tavolo del gip, intanto, arrivano i primi riscontri oggettivi di una tragedia familiare che non smette di mostrare risvolti inquietanti. L’autopsia eseguita oggi a Chieti, affidata al medico legale Ildo Polidoro, ha fatto chiarezza – almeno in parte – sulla dinamica delle lesioni: Andrea Sciorilli è stato raggiunto da tre violenti fendenti d’accetta, localizzati alla testa e al torace. Un esame che è durato circa cinque ore e che, come spesso accade in questi casi, contempla ora accertamenti istologici e tossicologici i cui esiti definitivi non saranno noti prima di due mesi. C’è però un elemento ulteriore che ha catturato l’attenzione degli inquirenti e dei consulenti tecnici: sarebbero emerse, infatti, anche diverse lesioni da arma da taglio, un dettaglio che potrebbe complicare la ricostruzione degli ultimi istanti di vita del ventunenne. Al momento, la Procura di Vasto ipotizza per il padre i reati di omicidio volontario aggravato e tentato occultamento di cadavere, dato che il del ragazzo è stato trovato sulla rampa che conduce ai garage condominiali, lontano dal luogo in cui sarebbe scoppiato il litigio.

Il ruolo della difesa e il secondo colloquio in carcere

La strategia difensiva, affidata agli avvocati Massimiliano Baccalà (amico di vecchia data dell’indagato) e Alessandro Orlando, si muove al momento su un terreno delicatissimo. I legali hanno già consegnato al loro assistito il fascicolo contenente i primi, “scarni” documenti dell’indagine, un gesto dovuto per metterlo nelle condizioni di affrontare l’interrogatorio di garanzia. Oggi è previsto un nuovo incontro nel carcere di Vasto, un secondo colloquio che servirà a sondare la reale tenuta psicologica di Antonio Sciorilli. “Presumo voglia rispondere per chiarire”, aveva ipotizzato l’avvocato Orlando al termine del primo faccia a faccia, sottolineando però che la scelta definitiva spetterà esclusivamente all’assistito, in base a come si sentirà in quel preciso momento. L’uomo, dirigente amministrativo di professione, ha già reso una confessione spontanea nei confronti dei carabinieri, ma appare evidente che gli inquirenti cercano ora conferme più puntuali su ciò che è realmente accaduto in quella domenica di sangue.

Il contesto familiare e le ombre sulla lite

A rendere il quadro ancora più complesso è lo scenario familiare che faceva da sfondo ai rapporti tra padre e figlio. Sebbene le indagini siano ancora in una fase preliminare, emerge il ritratto di un ragazzo – Andrea – descritto come una persona apparentemente tranquilla all’esterno, ma la cui ostilità alle regole domestiche esplodeva in modo violento tra le mura di casa. Un atteggiamento che avrebbe logorato Antonio Sciorilli, il quale ha riferito agli investigatori di aver agito per difendersi, in un contesto in cui il figlio, forse, si era scagliato contro di lui. Resta da chiarire come si sia arrivati all’uso di un’arma così letale – l’ascia – e se la lite sia effettivamente degenerata nella camera da letto del giovane, come suggerirebbero alcune tracce emerse dai primi rilievi della scientifica. La moglie, presente solo al momento del ritrovamento del, non si trovava in casa durante l’aggressione, e la sua versione dei fatti, così come quella di altri familiari, sarà cruciale per separare la legittima difesa eventuale dalla rabbia omicida.

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